
È opinione diffusa quella che ci presenta arte e politica come due mondi agli antipodi, che mai dovrebbero intrecciarsi. Eppure spesso dimentichiamo che è la storia stessa a dimostrarci che tra l’arte in ogni sua rappresentazione e la politica esiste non solo un rapporto di dipendenza, ma un dialogo continuo che nemmeno il passare dei secoli riesce a interrompere. Ancora oggi celebriamo nascite, anniversari e morti di personaggi illustri appartenenti al passato con la politica a far da tramite: come nel caso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, in occasione dei 150 anni dalla morte di Alessandro Manzoni, si è recato a Milano per ricordare l’opera del celebre scrittore.
Da un lato il grande poeta, drammaturgo e patriota che ha visto nascere l’Italia unita; dall’altro il Presidente della Repubblica che quella stessa Italia difende ogni giorno. Tra Alessandro Manzoni e Sergio Mattarella corre più di un secolo, eppure la distanza che li separa appare infinitesimale: dopo aver deposto una corona di fiori sulla tomba dello scrittore milanese, il Presidente della Repubblica ricorda come la politica, per Alessandro Manzoni, fosse una questione vitale. Gettate le fondamenta di una nazione degna d’esser definita tale, qual è il compito di un patriota? Cosa può trarre di buono da una terra frammentata?
Manzoni non era un militante: gli innumerevoli problemi di salute che l’hanno perseguitato per tutta la vita, uniti alla sua riservatezza, gli hanno impedito di prendere attivamente parte al brusio politico del suo tempo. Eppure è considerato un padre della patria a tutti gli effetti, che con le sue opere ha delineato quel senso civico che, tutt’oggi, sembra faticare ad attecchire nella penisola.
Unendo passato e presente, nel suo lungo discorso il Presidente della Repubblica ci ricorda che «Manzoni ha avuto la peculiarità – che appartiene soltanto ai grandi – di gettare sulla società e sulla realtà storica del suo tempo uno sguardo lungimirante, capace di andare oltre, collegandosi – e spesso ispirandole – alle forze più vive e dinamiche della cultura italiana ed europea, pervase dall’aspirazione alla libertà, all’indipendenza, all’autodeterminazione».
Pubblicata come appendice de’ I Promessi Sposi, la Storia della colonna infame è il racconto di un processo realmente avvenuto nel 1630 terminato con la condanna capitale di due presunti untori, Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora. È la dimostrazione più eclatante di come un’accusa infondata, nata da un pettegolezzo popolare, possa condannare due innocenti; ma, ancor di più, è la denuncia nei confronti di un sistema politico che si piega dinanzi alla massa per ottenere «soltanto un consenso effimero».
Utilizzando la Storia della colonna infame come pretesto, il Presidente della Repubblica sposta l’attenzione verso il problema dell’abuso dei social media, «dell’accentramento dei mezzi di comunicazione nelle mani di pochi, della disinformazione organizzata e dei tentativi di sistematica manipolazione della realtà». Quella di Manzoni era un’attenzione nei confronti delle masse, specie quelle più deboli, che non va confusa con la pietà, né tantomeno con la necessità di compiacerle: «un Manzoni certamente “popolare”, ma non “populista”».
Alessandro Manzoni è padre ed al contempo figlio di quell’Italia che ha trovato la propria unità, il proprio esser finalmente nazione, nella dignità, nella condivisione, nella fraternità. Ricalcando il motto della Rivoluzione Francese, Manzoni si distacca da molti letterati a lui contemporanei che s’aggrappavano all’idillio della classicità, ad un locus amoenus che non può trovar spazio tra i moti rivoluzionari. E così facendo, tra le sue parole può esser ravvisato un concetto fondamentale: «è la persona, in quanto figlia di Dio, e non la stirpe, l’appartenenza a un gruppo etnico o a una comunità nazionale, a essere destinataria di diritti universali, di tutela e protezione. È l’uomo in quanto tale, non solo in quanto appartenente a una nazione, in quanto cittadino, a essere portatore di dignità e di diritti.».
Nella sua idea di libertà, continua il Presidente della Repubblica, è impossibile non scorgere la base di quel testo che, nel dicembre del 1948, prende la forma della Dichiarazione universale dei diritti umani: «Una carta fondamentale, nata dopo gli orrori della Seconda Guerra mondiale, che individua la persona umana in sé, senza alcuna differenza, come soggetto portatore di diritti, sbarrando così la strada a nefaste concezioni di supremazia basate sulla razza, sull’appartenenza, e, in definitiva, sulla sopraffazione, sulla persecuzione, sulla prevalenza del più forte».
Non è semplicemente arte, quella di Alessandro Manzoni: è impegno politico, civiltà, dignità, speranza nei confronti del futuro. Ma, soprattutto, è educazione al rispetto, all’umiltà e all’essere un popolo degno d’esser chiamato “italiano”.
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