
È stata presentata la Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia. Salvini che annuncia in conferenza stampa che la droga fa male non sembra essere molto utile al tema, e il Decreto Caivano pare aver fatto più danni che altro.
Aumentano gli ingressi in carcere per reati di droga. Aumenta il consumo. Si abbassa l’età del primo utilizzo. Il paradigma tradizionale, figlio della lettura dogmatica e proibizionista delle convenzioni internazionali, che considera le sostanze incontrollabili e coloro che le usano schiavi della dipendenza, appare ormai come un’idea anacronistica e retrograda di un fenomeno che viaggia su una retta parallela rispetto alla gestione che la classe dirigente riserva ad esso, come dimostrano i dati.
I numeri della relazione succitata non solo descrivono, come detto poc’anzi, una società civile che viaggia su un altro binario rispetto al modo in cui la destra italiana lo tratta, ma mostra come le manovre varate dal governo abbiano l’effetto opposto rispetto alla ratio politica con le quali vengono scritte. In risposta, ad esempio, al Decreto Caivano che inaspriva le pene per i minorenni che facevano uso di sostanze, anche nei casi di lieve entità, si riscontra una crescita controintuitiva del consumo tra i giovani tra i 15 e i 19 anni rispetto all’anno precedente: quasi 960mila, pari al 39% della popolazione studentesca, riferiscono di aver consumato una sostanza illegale almeno una volta nella vita e oltre 680mila (28%) nel corso dell’ultimo anno. Ciò che invece era facilmente intuibile, a seguito del già menzionato decreto, era un aumento (del 10%) di minori denunciati per reati droga-correlati.
Le dinamiche innescate dal Decreto Caivano, a cui va ad aggiungersi il Decreto Rave e – se dovesse realizzarsi – il ddl Sicurezza, in cui, tra le altre cose, si colpisce la Cannabis light – per intenderci, quella con un contenuto psicoattivo paragonabile ad una camomilla – incanalano il sistema penale in una direzione che, per il problema del sovraffollamento delle carceri, non rappresenta propriamente – in tutti i sensi – una boccata d’aria fresca.
I numeri del Libro bianco sulle droghe infatti ci dicono che degli oltre 60 mila detenuti presenti in carcere nel 2023, 12.946 lo erano a causa del solo art. 73 del Testo Unico – detenzione ai fini di spaccio -, mentre altri 6.575 lo erano per il combinato disposto tra art. 73 e l’art. 74 – associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope -. Solo 994 erano in galera esclusivamente per l’art. 74. Complessivamente, si trova dietro le sbarre per reati di droga oltre il 34% dei detenuti, quasi il doppio della media europea (18%) e molto di più di quella globale (22%).
La guerra alla droga ha fallito. Lo dichiara l’esperta indipendente dell’Onu Tlaleng Mofokeng, medica e relatrice speciale sul diritto alla salute fisica e mentale, :”È arrivato il momento di smettere di fare la guerra alla droga per promuovere la depenalizzazione e favorire politiche di riduzione del danno”. Lo dichiara Riccardo Magi, segretario di +Europa, affermando che “questo è il risultato del proibizionismo, cioè del mercato illegale della cannabis che questo governo difende a spada tratta invece che legalizzare e regolarizzare”.
Urge un cambio di paradigma, che come suggerito dallo studioso Peter Cohen, elimini lo stigma del “tossico” che prelude ad una spirale marginalizzante e disumanizzante, e rivendichi invece l’umanità di chi usa droghe e della necessità di sostegno di chi lo fa in modo problematico.
E il governo? La risposta del consiglio dei ministri, in tal senso, si è subito fatta sentire. Al netto di tutte le analisi, le riflessioni e le letture costruttive che si possono evincere dai dati appena sviscerati, Alfredo Mantovano, sottosegretario di Stato che ha presieduto la conferenza stampa di presentazione della relazione, ha dichiarato che la classificazione della cannabis come “droga leggera” è antiscientifica. Non ancora soddisfatto della propria narrazione medievale, si è scagliato contro la tolleranza di molte famiglie all’uso di sostanze da parte dei figli, battendo i pugni sulla necessaria consapevolezza da parte di tutti sul fatto che qualsiasi droga faccia male.
E pensare che l’Organizzazione mondiale della sanità ha reso noto che “2,6 milioni di morti ogni anno sono dovuti all’abuso di sostanze alcoliche, circa il 4.7% del numero complessivo di morti all’anno, mentre solo lo 0.6% di milioni di morti deriva dall’abuso di stupefacenti psicoattive”.
Come spiegare questo anacronismo della destra? Questo voler sbattere contro un muro che la società civile ha ormai fatto cadere da anni, questo attaccamento valoriale ad un’idea smentita anno per anno dai fatti? Paradossalmente – vista l’abituale caratura del personaggio – per capire questo bias tra società e classe politica ci è molto utile il Ministro Lollobrigida. In una delle sue rinomate gaffes, il cognato della Premier sosteneva in un’intervista la volontà di impedire la trasformazione dei nostri campi di grano in campi di cannabis light, per poi, 2 secondi dopo, rifiutare una canna di quel tipo mostratagli dal giornalista dicendo: “No light no. Se te devi fa ‘na canna fattela bene no?” uscendo totalmente dal personaggio, come testimonia la marcata venatura romanesca.
Lollobrigida è il sintomo di una destra che vuole tenere il pugno chiuso su un tema che è ormai sdoganato da chiunque, anche da loro stessi, al solo ed unico scopo di rimanere attaccato al target di riferimento dell’elettorato, quello più stupido, più ignorante ed arretrato. Il sintomo di una classe politica che anziché inseguire una funzione pedagogica e trascinare il popolo in una evoluzione culturale, succhia l’ignoranza di esso e se ne nutre. La speranza è che, un giorno, il popolo diverrà fin troppo intelligente per questa classe politica.
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