
Lo scorso 8 agosto il Consiglio dei ministri ha approvato il Decreto legge n. 116/2025, contenente “disposizioni urgenti per il contrasto alle attività illecite in materia di rifiuti, per la bonifica dell’area denominata Terra dei Fuochi nonché in materia di assistenza alla popolazione colpita da eventi calamitosi”.
Un provvedimento che non nasce dal nulla: la Corte europea dei diritti dell’uomo (da ultimo nel caso “Terra dei fuochi” del 30 gennaio 2025, sul quale rinvio al mio articolo di marzo 2025) ha censurato l’Italia per la gestione dei rifiuti in Campania, evidenziando non solo i danni ambientali e sanitari ma anche il diffuso deficit culturale. Il legislatore ha così deciso di muoversi con una riforma incisiva, che rafforza il quadro repressivo e, allo stesso tempo, richiama ciascun cittadino alle proprie responsabilità quotidiane.
Una delle novità più rilevanti riguarda la trasformazione di molte condotte da semplici contravvenzioni a veri e propri delitti. Ciò significa pene più alte, processi più severi e minori possibilità di sottrarsi alla responsabilità penale. Un’altra delle novità più importanti della nuova normativa è che la stessa non guarda più soltanto al tipo di rifiuto (pericoloso o meno), ma soprattutto alle condizioni in cui la condotta avviene. In particolare, se il gesto mette in pericolo la vita o l’incolumità delle persone; se rischia di compromettere acqua, aria, suolo, fauna o flora; se viene commesso in siti già contaminati o potenzialmente contaminati. In questi casi la risposta penale si aggrava notevolmente, arrivando a configurare nuovi reati autonomi, come quelli introdotti dagli articoli 255-bis e 255-ter del Codice dell’ambiente.
La riforma non riguarda solo i traffici illeciti o le discariche abusive. Il legislatore ha sanzionato anche i comportamenti minuti e quotidiani. Gettare un mozzicone per strada, abbandonare un rifiuto dal finestrino dell’auto o sporcare la carreggiata con oggetti non pericolosi non è più considerato un gesto da poco conto. Oggi queste condotte sono punite più gravemente, anche grazie all’e-stensione dell’uso delle videocamere di sorveglianzaposte nei centri abitati e lungo le strade.
Il messaggio è chiaro: l’emergenza ambientale non si combatte solo colpendo le ecomafie, ma anche responsabilizzando ogni singolo cittadino, in linea con quanto aveva autorevolmente evidenziato la Corte europea, lì dove erano state aspramente criticatediffuse aree di illegalità ambientale.
Un’altra innovazione importante riguarda la prova delle violazioni. Non serve più cogliere “sul fatto” chi abbandona rifiuti: bastano le immagini delle telecamere per accertare l’illecito e far scattare la sanzione. Ma non è tutto: il decreto estende la cosiddetta flagranza differita, già usata negli stadi, anche a una parte rilevante di reati ambientali. Ciò significa che chi viene ripreso mentre commette un reato potrà essere arrestato in un secondo momento, come se fosse stato colto in flagranza. A questo si aggiunge la possibilità di operazioni sotto copertura, strumenti finora riservati alla lotta contro la criminalità organizzata.
Non si tratta solo di inasprire pene e controlli. La logica del decreto pare quella di una micidiale offensiva contro i comportamenti lesivi dell’ambiente. Il legislatore ha modificato anche il Codice penale e il Codice antimafia, estendendo aggravanti e responsabilità alle imprese coinvolte. Le società possono infatti rispondere ai sensi del decreto legislativo 231/2001 se i reati ambientali vengono commessi nel loro interesse. Sono state anche potenziate le ipotesi di confisca (si pensi ad esempio a quella del mezzo di trasporto utilizzato per realizzare la condotta). Per i cittadini, le conseguenze principali sono due: più severità nelle pene, con multe salate e possibilità di conseguenze penali per gesti finora sottovalutati; controlli più efficaci, grazie a telecamere, flagranza differita e nuove indagini sotto copertura. Chi abbandona un rifiuto, anche piccolo, rischia oggi molto di più rispetto al passato.
Il Decreto legge 116/2025 mira a realizzare una svolta culturale prima ancora che giuridica. Colpisce i grandi inquinatori, ma richiama ciascuno di noi a una maggiore responsabilità. Come si è già avuto modo di osservare (articoli da agosto a novembre 2023), la questione ambientale, al di là delle strumentalizzazioni politiche e delle implicazioni economiche (si pensi alle lamentate ripercussioni della transizione ecologica sulla produzione industriale e sui livelli di occupazione), è questione che attiene alla stessa sopravvivenza, soprattutto delle future generazioni. Il contesto in cui viviamo – tra i molteplici e atavici problemi legati spesso a un’incapacità di interiorizzare il rispetto delle regole– è troppo spesso sordo a un’autentica difesa ambientale. Molte province della nostra regione e i loro territori (inclusa Castel Volturno) sono continuamente oltraggiati da una scellerata opera di deturpazione ambientale (sia dolosa che colposa), spesso aggravata dall’incapacità delle amministrazioni di imbastire una seria gestione ambientale, quando a volte basta davvero poco.
Colpisce come il cittadino (anche in apparenza civile) viva spesso una doppia morale, sembrando perfettamente ligio all’estero (o semplicemente fuori regione) e incivile sulle “sue” terre. Mi domando se non sia venuto il tempo di mettere la parola fine a questo inaccettabile fenomeno, aiutando il cittadino (e le imprese) a comportarsi correttamente, ma al contempo richiamandolo alle sue rigorose responsabilità quando trasgredisce. Non è una questione ideologica, ma di serietà e di rispetto, sulla quale non è più consentito transigere.
In questo quadro, e concludendo, un ruolo fondamentale spetta alla tecnologia: si prende atto (forse tardi) che oltre a introdurre nuove sanzioni, conta attuarle effettivamente: e per farlo è necessario accertare le condotte illecite soprattutto (viste le endemiche carenze di personale) con la sorveglianza elettronica che costituisce ormai uno strumento irrinunziabile, sia sul versante dell’ecologia che della sicurezza dei cittadini, anche con consistenti ritorni economici per gli enti che le comminano.
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