
Dal 29 aprile “Il diavolo veste Prada 2” ha raggiunto le sale cinematografiche italiane e il sequel dell’omonimo film, a vent’anni di distanza, non ha deluso le aspettative. La pellicola tocca diversi argomenti; non li approfondisce, ma aspettarsi questo sarebbe totalmente fuori strada. In questo, è perfettamente in linea con il cult di vent’anni fa.
Andy Sachs è un’affermata giornalista ed è in procinto di ritirare un premio per una sua inchiesta. Il lieto evento è anticipato però da una tragica notizia: lei e i suoi colleghi sono stati licenziati. La protagonista è alla ricerca di una nuova occupazione. L’occasione sembra cadere dal cielo: Runway, e in particolare Miranda Priesley, è al centro di uno scandalo mediatico ed Andy viene chiamata a risollevare l’immagine della rivista. Come nel primo film, Andy cerca di compiacere Miranda; un attimo dopo, la giornalista cerca disperatamente di salvarla e, forse, di salvare anche se stessa.
Potremmo dire che la moda, per quanto importante e soggetta ai cambiamenti del tempo, in realtà non sia il vero tema della pellicola. È l’epoca del fast fashion e non mancano di sottolineare un certo disprezzo verso i tessuti di bassa qualità, ma d’altra parte Andy oramai ha imparato come vestirsi con stile, non c’è più la lezione di Miranda legata al maglione ceruleo come nel primo film. La crisi dell’editoria è la vera protagonista: i tagli al personale quando c’è da sanare i conti, la riduzione drastica dei budget. Ciò fa ancora più effetto pensando proprio al recentissimo annuncio della chiusura di Wired Italia.
La rivista cartacea non attira più: ora ci sono solo contenuti da scrollare e la necessità di generare engagement. Gli articoli sono belli, ma quanti li leggono davvero? Andy vuole vivere di giornalismo e si ritrova, ancora una volta anche se in forma diversa, a lottare per difendere ciò che ama.
Miranda è prossima a una promozione importantissima, quando la sua reputazione e quella di Runway vengono attaccate in seguito a uno scandalo. Gli utenti dei social media non aspettano altro: creano meme, generano odio, attaccano la direttrice della rivista. Ella si trova in balia del mare: come si gestisce l’hating?
Questo è un tema molto interessante da sviscerare: tutti online assistiamo (e molti partecipano) alle ondate di odio. Ci si sente superiori nell’attaccare, dimenticandosi di poter essere le prossime vittime. Nel film, la rivista riesce a riprendersi, grazie all’abilità di Andy, piuttosto velocemente, ma nella realtà è molto più difficile uscirne. Non mancano comunque delle conseguenze: gli inserzionisti, essenziali per la vita stessa dell’editoria, ottengono quello che vogliono e Miranda, per la prima volta, sembra piegare il capo.
Miranda nel primo film compie esattamente tutte le azioni sbagliate immaginabili su un luogo di lavoro: sfrutta i dipendenti, li deride, li sottopaga. Tutti sono disposti a lavorare solo per ottenere successo, ma per questo sacrificano le ore di sonno, compromettono le loro relazioni personali. Ora, invece, troviamo un’assistente che bacchetta Miranda per il suo linguaggio: la direttrice fatica moltissimo a parlare di body positivity per le modelle. In generale tutto il cast, comparse comprese, mostra una società variopinta, non più solo donne bianche e magre.
Non vediamo più le “Emily” correre all’impazzata per le strade di New York per soddisfare le impossibili richieste della direttrice e, addirittura, ora Miranda si appende da sola il cappotto e la borsa. La pellicola si differenzia dal precedente film anche in questo: nell’essere, almeno in parte, specchio della nuova società. Ovviamente, non tutti usano un linguaggio inclusivo e le discriminazioni sono ancora presenti, ma il film riesce a mostrare un cambiamento anche in questa direzione.
L’intelligenza artificiale arriva anche in questo film. Miranda rabbrividisce a sentire l’idea che un giorno le modelle potrebbero non essere più ragazze in carne ed ossa, ma che potrebbero essere create artificialmente. Su questo, la regia sa trasmettere un corretto senso di inquietudine anche per la leggerezza con cui viene espresso tale pensiero da uno dei personaggi del film.
È un’immagine che spaventa: il terrore dell’essere rimpiazzati da una macchina senza poter fare nulla. In molti ambiti, in verità, chi saprà usare l’intelligenza artificiale non perderà il lavoro. Ma quando la rivoluzione tecnologica passa per quelle mansioni creative o per quelle strettamente legate all’immagine della persona, il dibattito si complica. Proprio sulle modelle IA: si basano sui volti reali? C’è il loro consenso? Avremo i diritti di immagine sulla nostra persona e, dunque, dei compensi?
“Il diavolo veste Prada 2” sa come strizzare l’occhio ai fan del primo film e con esso ha diversi punti di continuità. Si punta all’effetto nostalgia: sparsi nel corso della pellicola ci sono richiami al passato, sia nei dialoghi che in alcune scene nello sfondo (due cinture vi ricordano qualcosa?). In generale, il sequel ha molti elementi in continuità con il primo lungometraggio: Miranda è fredda, Andy goffa, Nigel sa far ridere col suo sarcasmo ed Emily è sempre contrariata dalla luce di colei che era la seconda Emily. Inoltre, vedendoli, sembra che il tempo sia passato per tutti ma non per loro. La trama di entrambi i film si rivela sempre complessa, non perché difficile da seguire, tutt’altro, ma per il veloce susseguirsi di eventi spesso risolti in maniera sempliciotta.
Tuttavia, non si pensi che sia la fotocopia spudorata del primo film: Andy è cresciuta ed è consapevole di ciò che è in grado di fare, Miranda sembra avere più momenti di debolezza ed Emily sembra più scaltra. Inoltre, tutto il mondo attorno a loro è diverso. La tecnologia ha pervaso le nostre vite e le nuove sfide della modernità non risparmiano neanche i nostri protagonisti.
La pellicola dura poco meno di due ore ma il tempo sembra volare. Le scene sono divertenti e non mancano dei colpi di scena. La regia riesce a risaltare gli abiti all’ultimo grido e vedere ambientazioni come l’Accademia di Brera e il lago di Como fa sempre piacere. L’aumento di budget lo vediamo anche nei numerosi cameo, da Donatella Versace a Lady Gaga, ma riescono a non rallentare la trama. Insomma, tutto ruota alle aspettative: non è un film perfetto, perché non approfondisce bene i temi e spesso i personaggi non hanno profondità, ma sa essere fedele alle caratteristiche del primo e, dunque, apprezzabile.
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