
Siamo abituati a sentire quotidianamente di violenza sulle donne, ma in moltissime parti del mondo vi è una violazione costante del “diritto ad essere donna”. La differenza è sottile ma nei fatti tragica.
La violenza sulle donne non è solo quella che conduce ad atti di violenza fisica sino alla morte, ma si manifesta a livello sociale nella disparità di trattamento rispetto agli uomini: la disparità salariale, la difficoltà di disporre del proprio corpo (ogni volta che ad esempio si nega il diritto all’aborto), le difficili condizioni di lavoro per le donne che hanno famiglia e figli, la discriminazione nelle assunzioni o nella carriera, la mancanza di leggi che garantiscano effettivamente pari opportunità lavorative.
Poi però c’è una violenza ben più grave ed è quella che impedisce ed azzera il diritto “ad essere donna”: in quanto donna non si ha il diritto di esistere se non al “servizio” della famiglia e di una società maschilista e patriarcale. Stiamo parlando della negazione alle donne di diritti che nelle Carte internazionali e Costituzioni sono definiti come inalienabili e inviolabili: il diritto alla vita, il diritto alla libertà personale (l’habeas corpus), il diritto alla salute e quello allo studio.
Le esistenze negate sono quelle delle 142 milioni di bambine (dal 1970 ad oggi) mai nate, perché vittime dei cosiddetti aborti selettivi praticati perché una figlia femmina è considerata come un costo e addirittura come una sciagura in alcune culture. Il record di aborti selettivi è detenuto dalla Cina (72 mln) seguita dall’India (42 mln), paesi i cui governi sono dovuti intervenire per arginare tale fenomeno: in India è stato posto il divieto di conoscere il sesso del bambino prima della nascita; in Cina è stata abolita la politica del figlio unico, che aveva spinto milioni di famiglie ad abortire le femmine per assicurarsi la discendenza con uno maschio.
Secondo il British Medical Journal, entro il 2030 saranno 4,7 milioni le bambine a cui sarà negato di esistere solo perché del sesso “sbagliato”.
Per le figlie femmine già nate, comunque, nella maggior parte del mondo la vita è quotidianamente messa in pericolo o negata. Una figlia femmina non deve gravare economicamente sulle casse familiari e perciò è normalmente impedita ogni forma di istruzione, prediligendo l’istruzione dei figli maschi, mentre le donne rimangono al servizio della famiglia.
Nel mondo l’11% delle bambine (129 mln) non hanno accesso all’istruzione rispetto al 9% dei maschi, ma se guardiamo al proseguimento degli studi dopo la scuola primaria il gender gap si allarga: nei paesi a basso reddito solo il 30% delle bambine conclude il percorso scolastico contro il 44% dei maschi. La situazione è precipitata con il Covid e il lockdown, a causa del quale la dispersione scolastica sia di bambini che di bambine è dilagata, ma sono sempre le femmine ad aver pagato un prezzo maggiore (hanno lasciato la scuola il 25% in più rispetto ai maschi).
Sempre per questioni economiche, in larga parte del mondo le figlie femmine sono ritenute merce di scambio dagli stessi genitori che le avviano alla prostituzione o ai matrimoni in età scolare: la piaga delle spose bambine è diffusa in modo raggelante anche in Italia e la pedopornografia dilaga soprattutto in Occidente.
Così come i numeri addirittura sconosciuti di rapimenti di ragazzine e giovani donne che finiscono nella tratta di esseri umani come schiave sessuali, raccontano tristemente della violazione del diritto “ad essere donna”. Questo fenomeno interessa in maniera preponderante determinate aree del globo come il Sud America, il Sud-Est Asiatico e in generale i paesi a basso reddito, ma anche paesi europei (soprattutto dell’Est), ed è peggiorato a seguito della Pandemia e anche della Guerra in Ucraina: dall’inizio del conflitto la richiesta nel dark web di escort ucraine è aumentata del 300%, determinando un conseguente aumento dell’offerta.
Nel 2021 sono state quasi 3500 le denunce di violenze sessuali subite da ragazze da parte di soldati e miliziani secondo le Nazioni Unite. Ma le molestie e le violenze non riguardano solo le zone di conflitto: secondo una stima delle Nazioni Unite circa una donna su tre è stata violentata o molestata almeno una volta nella vita e questo fenomeno riguarda anche l’Italia, in cui nel 2020 circa 488 sono stati i casi denunziati di violenza subita da minorenni, anche se i numeri reali sono molto superiori, dal momento che la maggior parte delle vittime non denuncia. Spesso le violenze sono alla base delle gravidanze precoci, altre volte, invece, le gravidanze precoci sono causate da contesti economici e sociali disagiati e nella stragrande maggioranza dei casi portano all’abbandono degli studi, causando ulteriore disagio sociale.
Questa è la situazione che purtroppo caratterizza il nostro mondo e la società. Parlare di violenza sulle donne significa guardare solo ad una parte del problema e solo alla parte che ci risulta più vicina e più facile da “gestire”. Parlare di negazione del diritto “ad essere donna” ci renderebbe più consapevoli che una società in cui le donne non hanno diritto ad esistere sarà sempre una società squilibrata e con un deficit naturale che poi è quello che impedisce la crescita sociale, sino ad arrivare ai conflitti che affliggono il mondo.
di Mariella Fiorentino e Benedetta Guida
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