
Cosa sta diventando il diritto in Italia? Assistiamo quotidianamente inermi alla svalutazione del diritto, ridotto a seconda delle circostanze a mero strumento politico da parte di qualsiasi fazione, l’abbiamo visto con il modello Caivano, con le leggi sulla legittima difesa, così come con quelle sull’immigrazione e in svariate altre occasioni. “Certezza del diritto” diventa uno slogan politico ed il diritto stesso, nazionale ed internazionale, è trasformato in oggetto di un doppiopesismo insopportabile, baluardo di ingiustizie inaccettabili.
Una delle problematiche fondamentali associate alla giustizia è la valutazione moralistica che viene fatta della pena assegnata, in particolare quando associata ai reati di sangue. Avremo milioni di volte sentito dire “20 anni sono pochi, dovevano dargli l’ergastolo” ed è pacifico che questa frase venga utilizzata da chi una conoscenza giuridica non ce l’ha, o il cui animo è mosso da sentimenti (giustificabili) di odio e disprezzo verso il criminale. La problematica seria sopraggiunge quando è il soggetto politico, il candidato, il rappresentante delle Istituzioni, a farlo. L’arresto e la pena non possono e non devono essere temi di discussione utilizzati come armi politiche volte all’indignazione delle coscienze di coloro che non conoscono il nostro sistema giudiziario o carcerario.
Non a caso l’Articolo 27, comma 3, della Costituzione sancisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“.
Altra problematica fondamentale che afferisce non solo al campo del diritto, ma soprattutto a quello delle proposte politiche, sono i cosiddetti “interventi normativi spot” volti a sanare una problematica matrice di indignazione nell’immediato, così da acquisire consensi e far apparire risolta una situazione di disagio che probabilmente in futuro sarà abbandonata a sè stessa. Ne abbiamo avuto la prova con il decreto Caivano: militarizzazione del territorio, presenza temporanea delle istituzioni e interventi normativi pensati per “risolvere” il disagio di una sola periferia, fra le migliaia presenti in Italia e lasciate all’incuria e alla criminalità.
Questi interventi normativi spot hanno un solo obiettivo, chiaro e politicamente astuto, e cioè l’acquisizione immediata di consenso da parte della società civile. Mi spiego: la riqualificazione di un quartiere è un’azione lodevole, ma non risolve nulla sul piano strutturale se non viene attuata una seria riforma che punti alla salvaguardia di tutte le aree in difficoltà socio-economica nell’intera nazione. Allo stesso tempo l’intervento istantaneo dà risultati immediati nel breve periodo (anche se scarsi in prospettiva futura) e di conseguenza attrae consensi e quindi voti. Questo non è altro che esercizio strumentale del potere legislativo, una vergogna per la nostra Nazione.
Sul piano internazionale invece, è chiaro che qualsiasi norma del diritto internazionale sia ormai stata svenduta a dinamiche politiche ed economiche, che rilevano l’esistenza di doppiopesismi ingiustificabili, ed un esempio lapalissiano è quello della guerra in Ucraina e del genocidio in Palestina. Due nazioni, martoriate da tirannia e crimini di guerra, trattate sin dall’inizio tramite la logica “due pesi, due misure” unicamente per scopi ed opportunità politiche. Come dimenticare poi la vicenda al-Maṣrī, di cui noi italiani ci siamo resi responsabili riportando in patria uno stupratore e torturatore di guerra ricercato dalla Corte Penale Internazionale, per evitare di avere tra le mani una “gatta da pelare” e di rompere i rapporti politici con la Libia.
Nessuno nega l’importanza di una difesa comune, o la necessità di scontrarsi in un modo o nell’altro con i propri paesi “nemici” cogliendo ovunque opportunità politiche; queste sono dinamiche che seppur sbagliate, rientrano nell’ordine naturale del nostro sistema. Ciò che resta inaccettabile è la copertura mediatica e la giustificazione morale che si fa di veri e propri crimini contro l’umanità. Affinché il diritto, nazionale ed internazionale, non perda completamente di significato ed utilità, sarebbe più consono da parte di intellettuali, politici e giornalisti, prendere pubblicamente atto dell’utilizzo strumentale che talvolta è politicamente necessario farne, attuando un’operazione di onestà intellettuale che potrebbe solo giovare alla nostra società.
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