
A dieci anni dalla prematura scomparsa dell’artista Oreste Zevola, abbiamo voluto ricordarlo in questo numero di agosto, poiché il mondo animale è stato una presenza costante nella sua vita e nella sua ricerca artistica.
Nato a Napoli nel 1954, vissuto fra la sua città e Parigi, Zevola ha affiancato l’attività espositiva a quella di illustratore e designer, realizzando l’immagine di importanti eventi culturali e di comunicazione in Italia ed all’estero. Negli Stati Uniti suoi disegni sono stati pubblicati dal “New Yorker”, dal “Washington Post” e da numerose riviste delle Edizioni Times, Forbes e Bloomberg e più volte suoi lavori sono stati selezionati dalla Society of Illustrators di New York e inseriti nella prestigiosa pubblicazione annuale. Autore di importanti personali in musei in Italia e all’estero, è stato impegnato anche in diversi progetti di arte e sociale, come, ad esempio, nel 2006 per “Face au Sida” in Africa contro l’AIDS, in collaborazione con l’Alliance Française di Bangui e l’Istituto Pasteur.
Ne parliamo con Marina Gargiulo, che da dieci anni, ormai, porta avanti con amore e determinazione l’Archivio Oreste Zevola, dedicandosi alla conservazione e valorizzazione delle migliaia di opere.
«Ho conosciuto Oreste nel 1983 e mi conquistò con alcuni disegni realizzati su tovaglioli di carta, in particolare ne ricordo uno: il “Fornoletto”, una perfetta sintesi tra un forno e un letto. Gli ibridi lo hanno seguito dai suoi esordi fino alla fine. La bellezza, la crudeltà, la dolcezza, la sofferenza della natura umana, animale, vegetale, hanno dato vita a lavori in cui gli innesti tra esseri e natura sono sempre presenti. Dentro ai suoi disegni vedo Oreste, il bambino Oreste con le sue fragilità, le paure, la gioia di vivere e una grande ironia».
«Un amico parlò ad Oreste del FOOF, così subito andammo a fare un sopralluogo e scoprimmo una realtà all’avanguardia ed unica in Italia. Il direttore Gino Pellegrino gli propose di arricchire la collezione del Museo con la donazione di una sua opera. Così nacque “Dueinuno”, opera di grandi dimensioni, realizzata in lamierino di ferro sagomato e verniciato, in cui la fusione tra uomo, cane e natura è perfetta e commovente».
«Oreste aveva poco più di venti anni e per la prima volta entrava un cane nella sua vita: Ivan un incrocio tra un mastino napoletano ed un alano, grande divoratore di pocket coffee. Poi Urbi, un bull terrier bianco che gli fu regalato da un amico: in quegli anni a Napoli era una razza piuttosto sconosciuta e molti pensavano che fosse un incrocio con una pecora. Poi ancora Ciccio, un meticcio di pastore tedesco, abbandonato sull’autostrada e salvato da Oreste in maniera rocambolesca. Alla morte di Ciccio, proposi ad Oreste di prendere un cane di piccola taglia e mi misi in contatto con Angela Valenti, veterinaria volontaria al canile ARPAD e lì trovammo Topolino. Oreste diventò un volontario attivissimo del canile: a lui si deve, tra le molte migliorie, il giardino dove ci sono le sue ceneri vicine a quelle di Topolino e di Mimì, il nostro gatto. Fino alla fine si è occupato di cani problematici addestrando una volontaria che, dopo la sua morte, ha preso il suo posto. Ed infine Peppino, salvato a Ponticelli che quando Oreste se n’è andato, è rimasto per giorni nella sua stanza. La dolcezza è il tratto che ha accomunato tutti i suoi cani».
di Maria Savarese
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