
Che il dialetto sia una componente essenziale della cultura di una regione è un dato risaputo, ripetuto da studiosi, intellettuali, amanti della linguistica e addetti al settore. Sarebbe addirittura superficiale e ridondante dover ribadire in diverse sedi come l’uso del dialetto non sia inequivocabilmente sintomo di scarsa istruzione o di bassa cultura. Tuttavia, nello scenario contemporaneo in cui i tentativi di riaffermare un’identità nazionale portano talvolta all’appiattimento culturale, è necessario rimarcare un concetto del genere. Questa riflessione nasce dalla pubblicazione postuma del Dizionario dialettale mondragonese ad opera del prof. Pasquale Schiappa, pubblicato due anni dopo la sua scomparsa con le illustrazioni di Claudio Di Lorenzo: un’opera di ricerca empirica, sì, ma che non abbandona quell’attenzione alla quotidianità, a “come la gente parla quando non è sistematicamente osservata” (Labov).
Il dialetto mondragonese, pur non presentando un’autonomia completa rispetto a quello napoletano, si allontana da esso per alcune caratteristiche peculiari, come i gruppi fonetici FL e BL che, nel napoletano, si tramutano in SC, o con la sostituzione della lettera V con la B: l’esempio riportato nel dizionario riguardala parola «vomitare», «vummecà» in napoletano, che in mondragonese si trasforma in «bummecà». Anche l’uso dell’articolo è diverso. Mentre in napoletano non v’è differenza tra maschile e neutro (indicando quest’ultimo con il rafforzamento della consonante iniziale della parola), il dialetto mondragonese presenta l’articolo «ru» per indicare il maschile e «lu» per il neutro («ru russo», dai capelli rossi; «lu russo», il colore rosso).
A Mondragone ho trascorso quasi un quarto di secolo. A Mondragone sono cresciuta, ho frequentato le scuole fino al liceo – prima di dirigermi altrove –, ho imparato a prendere la vita e ad affrontarla per come viene. A Mondragone sono tornata, talvolta con la coda tra le gambe, nella speranza di lasciarmela alle spalle il prima possibile. Mondragone è una città che ho imparato a odiare e per cui ho spesso provato pena e rancore per le sue mille potenzialità sprecate; eppure, è anche la città che mi ha lasciato quei modi di dire che mi trascinerò dietro per tutta la vita, che mi ha insegnato a chiamare «buattone» un grosso barattolo e a trovare il meglio inqualcosa che non sarà «mai chiù niro d’a mezanotte». Che lo voglia o meno, le mie radici affondano nella terra fertile all’ombra del monte Petrino e lo fanno, sopra ogni cosa, attraverso questa lingua.
Nello scenario politico e sociale attuale rivendicare d’esser mondragonese non sembra rappresentare motivo di vanto, ragion per cui ho deciso di ampliare la mia riflessione. I miei anni di scuola dell’obbligo sono stati caratterizzati da un continuo ribadire come il dialetto non dovesse essere assolutamente utilizzato, neanche a casa: anziché specificare quali fossero i contesti più adeguati per utilizzarlo, si è deciso di sopprimere completamente quello che è a tutti gli effetti parte del nostro patrimonio culturale. È da queste premesse che si cresce avendo paura di far notare il proprio accento, tirando un sospiro di sollievo quando le persone ti dicono che «non sembri del sud».
Il clima di antimeridionalismo interiorizzato così aumenta – raramente un dialetto del centro-nord è considerato brutto, “cafone”, o testimone di scarsa istruzione – perché siamo noi stessi ad alimentarlo, fino ad arrivare a indignarci se una canzone con qualche parola napoletana vince il Festival di Sanremo. Come se il napoletano non fosse un patrimonio immateriale da tutelare, stando alle parole dell’UNESCO. Sono opere come questo dizionario a spingerci a riflettere su quanto sia importante, per noi persone del sud, non abbandonare mai i dialetti con cui cresciamo: se non pensiamo noi a preservarli, allora chi lo farà? L’Italia non è mai stata unica e mai dovrà esserlo, perché l’appiattimento linguistico e culturale non è sintomo di unione, ma di inaridimento. I nostri accenti sono politici e smettere di nasconderli è la rivendicazione più grande che possiamo fare, anche a costo di aggrapparmi alla mia «parlata altalenante».
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