
Hanno tra i dodici e i vent’anni. Vivono nella paura di non bastare e di non essere all’altezza. E allora ingoiano pillole: per rilassarsi, per concentrarsi, per anestetizzare quel dolore che si portano dentro. Non fanno rumore. È l’altra epidemia silenziosa che cresce tra i giovani italiani: quella dell’abuso di psicofarmaci.
Nessun corpo a terra, nessuna sirena. Solo ragazzi e ragazze che, giorno dopo giorno, smettono di sentire. Perché per loro esistere fa male, e il modo più semplice per sopravvivere è anestetizzarsi. Assumono pillole per dormire, per stare calmi, per concentrarsi, per non mangiare. Sono psicofarmaci pensati per curare, diventati arma di soppressione emotiva.
I dati sono allarmanti. Secondo l’ultima indagine ESPAD Italia, curata dall’Istituto di fisiologia clinica del CNR, oltre 510mila giovani tra i 15 e i 19 anni dichiarano di aver fatto uso di psicofarmaci nella vita. Un dato che, dietro l’aridità statistica, nasconde una generazione in lotta con il proprio malessere. I farmaci più abusati sono ansiolitici, antidepressivi, sonniferi e stimolanti. Ma non si tratta di ricerca dello sballo, come accadeva con le droghe tradizionali, bensì di una forma di automedicazione emotiva. Basti pensare che il 49% degli adolescenti che assume farmaci per l’attenzione lo fa per aumentare le performance scolastiche. Mentre il 64% di chi prende farmaci dimagranti lo fa per migliorare l’aspetto fisico. E infine, il 54,6% di chi ricorre agli antidepressivi cerca di “sentirsi meglio con sé”. Tutto questo non è edonismo, è sopravvivenza mentale.
Non servono spacciatori. I farmaci arrivano da vicino. La maggior parte dei giovani li trova in casa: blister abbandonati nei cassetti o prescrizioni di genitori. Altri li ottengono online, o tramite amici. L’accesso è semplice, ma le conseguenze sono devastanti: l’uso senza controllo può causare dipendenza, alterazioni dell’umore, tachicardia, pensieri suicidi. Eppure, nessuno se ne accorge. Nemmeno la scuola. Su TikTok, Telegram, Reddit, esistono intere community dove ragazzi scambiano consigli su come dosare benzodiazepine, antidepressivi, stimolanti. È un mondo parallelo, autonomo e pericoloso, in cui il disagio viene condiviso ma non curato. Peggiorato, anzi, da una narrazione “romantica” della sofferenza, spesso legata all’estetica del dolore.
I dati confermano che le ragazze sono le più esposte. Il 10,8% ha fatto uso di sonniferi o ansiolitici, contro il 4,9% dei coetanei maschi. L’ossessione per il corpo e la pressione sociale giocano un ruolo centrale. Il fenomeno si intreccia con i disturbi alimentari, la depressione, l’autolesionismo. In molti casi, è il sintomo di un disagio non ascoltato né riconosciuto.
Nelle stanze d’urgenza di alcuni ospedali, almeno due o tre minori al mese arrivano con crisi dovute a mix di psicofarmaci, alcol o sostanze. Alcuni sono tentativi di suicidio. Altri solo richieste di aiuto mal formulate, disperate. In un’epoca in cui il linguaggio emotivo è affidato a emoji e vocali di tre secondi, i giovani hanno difficoltà nel raccontare ciò che sentono. E quando il disagio non si può dire, si ingoia. Si comprime. Si addormenta con una pillola.
Sono giovani che non si danno il permesso di essere fragili. Che non si sentono visti. Che vivono in una società che li misura, li valuta, li spreme e poi non li ascolta quando crollano.
Non è un problema dei giovani. È un fallimento del mondo adulto. La scuola, le famiglie, le istituzioni, i media: tutti hanno contribuito a costruire un ambiente competitivo, performativo, anestetizzante. Dove la vulnerabilità è percepita come debolezza, e la sofferenza come errore da correggere. Con una pillola. Ecco perché serve cambio di rotta. Occorre agire immediatamente. Con urgenza, responsabilità e ascolto. Bisognerebbe parlare di educazione emotiva a scuola, perché le emozioni si imparano come la grammatica. L’accesso ai servizi psicologici non deve essere stigmatizzato. Inoltre, è necessario che genitori e docenti siano formati per riconoscere i segnali del disagio e per promuovere campagne pubbliche contro l’abuso.
Un adolescente che prende psicofarmaci senza prescrizione non sta cercando un vizio. Sta cercando di non crollare. È una richiesta muta di aiuto. E allora, prima di giudicare, occorre fermarsi ad ascoltare. A domandare. Bisogna cercare di creare uno spazio in cui quel dolore possa essere espresso, non censurato. In cui la fragilità possa diventare parola, e non pillola.
Perché non è il dolore che uccide, ma il silenzio che lo circonda.
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