
Hanno fatto il giro d’Italia le immagini di due giorni fa, quando come ogni anno, a Dongo, in provincia di Como, c’è stata la classica commemorazione della cattura di Mussolini e dei gerarchi fascisti. Due le cose che hanno scandalizzato i cittadini italiani che conservano ancora una morale: la prima è ovviamente la proliferazione persistente di questi esseri fuori dal tempo e dalla logica, che ancora versano tributo “per epoche che mai hanno vissuto” come canta Caparezza; la seconda, probabilmente ancor più grave, è la condiscendenza con cui vengono trattati questi esseri, in una settimana in cui era stato detto di agire “con sobrietà”, criterio che a quanto pare varrebbe solo per chi desidera celebrare la libertà del nostro paese, non per chi celebra il suo incubo più atroce, il fascismo.
Inutile scandalizzarsi, in realtà. Quella di Dongo è una prassi annuale, lasciata impunita ogni volta. Ogni 27 aprile, anniversario della cattura di Benito Mussolini, dei nostalgici fascisti giungono a rendere omaggio al Duce e ai 15 gerarchi repubblichini che furono catturati con lui mentre erano in fuga verso la Svizzera.
Si è fatta sentire la risposta dell’Anpi, che ha organizzato un presidio “a difesa della memoria e della piazza storica intitolata al martire partigiano Giulio Paracchini dalla provocazione delle camicie nere”. Diverse centinaia di persone sono arrivate per contestare la manifestazione dei neofascisti, cantando Bella Ciao e gridando “Ora e sempre resistenza“. A dividere le due fazioni, un imponente cordone di forze dell’ordine, altro elemento che ha fatto discutere. Certo, lo schieramento doveva servire ad evitare scontri tra le due frange, legittimo. Fa sorridere però che tale schieramento fosse rivolto verso il corteo di antifascisti, come se quelli pericolosi fossero loro.
Non è la manifestazione in sé a scandalizzare. Non saranno 200 mentecatti che effettuano un rituale nostalgico a farci tornare a quell’epoca lì. Il fascismo storico è finito da un pezzo. Non c’è bisogno che arrivi il mitico leader di turno o il giornalista al suo servizio a spiegarci che il fascismo è morto 80 anni fa. Lo sappiamo già, tante grazie. Piuttosto a preoccuparci sono le nuove forme di fascismo. I decreti sicurezza, le leggi bavaglio, le dittature economiche, il nuovo imperialismo, le riforme della scuola che costringono le nuove generazioni ad imparare una storia distorta. Queste cose ci fanno paura.
Perché allora ci preoccupano anche i 200 mentecatti? Per quelli che hanno attorno. Per un Ministro che raccomanda “sobrietà” nei festeggiamenti del 25 aprile, ma rimane silente dinanzi a questo. Per uno Stato in cui se appendi un manifesto in cui usi la parola “antifascismo”, vieni identificato dalle forze dell’ordine, ma se fai il braccio alzato insieme ad altri vieni protetto da quelle stesse forze. Per una classe dirigente che, sebbene giochi ormai a carte scoperte riguardo il suo pensiero su questo tema, non ha neanche la dignità di far rispettare la nostra costituzione, o perlomeno di non scadere nella vergogna più totale.
Non saranno quei 200 mentecatti a rovinare l’Italia, la nostra classe dirigente ci riesce benissimo da sola. Ma quei 200 mentecatti lasciati impuniti, quasi protetti da quella stessa classe dirigente, sono il simbolo di uno Stato che non riesce ancora a costruire una società futura, con un sentimento comune a cui sentirsi appartenente, perchè finchè non si riesce a fare i conti con il proprio passato, sputandoci sopra più e più volte, è impossibile acquisire una forza immaginifca del futuro, e si resta nel limbo di uno Stato come il nostro: senza un’idea di cosa sia, senza uno stralcio di speranza.
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