
Il femminismo liberale ha fallito e al suo posto, come nota la filosofa Nancy Fraser, un nuovo movimento globale femminista prende forza al grido di “Non una di meno”. La nuova ondata femminista riesce a reinventare lo sciopero rivendicando che non basta l’uguaglianza formale e qualche donna ai vertici per definire la nostra società più giusta. La marea, verde in Argentina e fucsia nel resto del mondo, ridisegna la mappa politica ponendosi come unico argine all’avanzamento dell’estrema destra nel mondo.
Il movimento per lo sciopero femminista ha origine in Polonia quando, nel 2016, più di centomila donne occupano le piazze contro il divieto sull’aborto. La corrente di dissenso, nata nell’ottobre di quell’anno, attraversa l’oceano per raggiungere l’Argentina dove le donne, dopo il femminicidio di Lucia Pérez, si uniscono nel grido militante di “Ni Una Menos“. Quelle che erano proteste nazionali diventano un movimento internazionale durante l’8 marzo 2017, quando attiviste di tutto il mondo decidono di scioperare insieme per tornare a politicizzare la Giornata Internazionale delle donne, che affonda le proprie radici nel socialismo.
Il movimento femminista ha reiventato lo sciopero rifiutando di limitare tale strumento al lavoro salariato e ponendo alla luce il ruolo indispensabile esercitato dal lavoro di cura non pagato delle donne nella società capitalista. Il femminismo in questione, quello dissidente che non vuole scendere ai patti con la società neoliberale cercando di migliorarla, come invece cerca di fare il femminismo liberale, riesce a proteggere ed espandere lo sciopero nonostante l’offensiva neoliberista a questa forma di protesta.
Ed è sempre Nancy Fraser a notare questa nuova morfologia dello sciopero: la nuova andata femminista ha la possibilità di superare l’opposizione divisiva tra “politiche dell’identità” e “politiche sociali”, rifiutando di limitarsi a un solo spazio. Inoltre il nuovo movimento riesce a ridefinire la parola “lavoro” e il significato di “lavoratrici”, riuscendo a respingere la svalutazione del lavoro delle donne salariato o non salariato voluto, spiega la filosofa, dal capitalismo stesso. Il femminismo militante sembra aprire la strada a una nuova lotta di classe che unisce le battaglie antirazziste, ambientaliste e della comunità LGBTQ+.
Non di rado le principali emittenti televisive e i principali giornali raccontano il femminismo solo in chiave liberale. Si tratta di quel femminismo che unisce tutte le sue forze per la rottura del cosiddetto “soffitto di cristallo”, cosi da garantire le più alte cariche anche alle donne. Sono però tante le critiche che molte pensatrici femminista fanno a questa equazione. Il dubbio principale riguarda la possibilità di condannare le discriminazioni e di difendere la libertà di scelta senza prendere in considerazione l’insieme dei vincoli socioeconomici che, in una società neoliberale, rendono impossibile alla stragrande maggioranza delle donne di poter scegliere. Il femminismo liberale non si propone di criticare il sistema sociale per stravolgerlo, ma per apportare qualche miglioria affinché la gerarchia sociale risulti diversificata. Lo scopo, come afferma Nancy Fraser, non è l’uguaglianza, ma la meritocrazia che si traduce in diseguaglianza democratica.
Il femminismo liberale, in breve, considera le donne come un gruppo non rappresentato e cerca di aprire a poche le posizioni più alte e gli stipendi più alti. In una società che vive una crescente disoccupazione e l’aumento della povertà le principali beneficiarie di queste politiche sono donne che già vivono una situazione economica e sociale ottimale e che, spesso, riescono nella propria carriera grazie allo sfruttamento del lavoro sottopagato di donne provenienti dalla classe operario o il lavoro delle immigrate. Diventa innegabile, come scrive Angela Davis, il palesarsi della “questione di classe e di razza” .
Nel nostro paese, in Italia, il femminismo degli scioperi delle donne risulta decisivo nel contrasto alle politiche di taglio alla scuola pubblica, ai trasporti, alla sanità. Una protesta che unisce donne e persone queer che attrae sempre più uomini. Alla retorica del “se vuoi puoi” portata avanti dalle Chiara Ferragni di turno, il movimento fucsia risponde con “giustizia per tutte e tutti”.
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