
Nel cuore di Napoli, tra gli innumerevoli vicoli che si snodano per il centro storico, circola una valuta parallela che profuma di inchiostro fresco, appena stampato. Quando, infatti, queste banconote finiscono sui banconi dei bar, appaiono impeccabili. È solo qualche ora dopo, in banca, che il cliente scopre di essere diventato l’ennesimo protagonista inconsapevole del grande teatro del denaro falso che da rappresenta una delle ombre più critiche del capoluogo campano. Un microcosmo silenzioso, impercettibile, che avanza tra le cassette di pesce fresco e frutta.
Nell’incrocio tra via Marco di Lorenzo, via Caracciolo di Bella e via Cesare Carmignano è facile scorgere migranti provenienti dall’Africa subsahariana o di etnia rom dediti alla vendita di vestiti recuperati dalla spazzatura, e non solo: cellulari, computer rubati, sim illegali, e tanto altro ancora. Ancora, ad angolo di corso Umberto I, nei pressi della farmacia, si forma durante alcuni specifici giorni della settimana un capannello di anziani, che mostrano orologi antichi o collane d’oro. Trovare cash, qui, non è difficile.
Del resto, l’ultimo report – risalente al 2024 – ha mostrato come a livello globale sono state 554mila le banconote di euro false ritirate dalla circolazione, di cui 121mila nella sola Italia. Dati storicamente bassi se rapportati al numero di biglietti presenti, ma che sono di gran lunga più elevati rispetto a quelli rilevati durante il periodo pre-Covid. E i tagli più gettonati sono quelli da 20 a 50 euro, che rappresentano circa il 75% del totale, stando alle indagini effettuate dalla Banca centrale europea.
Ma le informazioni che possediamo sul fenomeno non si fermano di certo al 2024: è difficile da dimenticare, ad esempio, la maxi operazione congiunta che culminò con la scoperta da parte delle forze dell’ordine di una stamperia nella periferia orientale di Napoli, precisamente nel quartiere di Barra. Proprio lì, infatti, si stima che la malavita organizzata potesse contare sul monopolio del 30% delle valute contraffatte che viaggiano all’interno dell’Eurozona.
È diventato quasi impossibile notare di trovarsi davanti ad un’imitazione: il giro di affari messo in piedi dalla camorra, infatti, è riuscito a raggirare i sistemi di stampa professionali legali. Non a caso, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, in seguito ad un’indagine condotta nel 2024, dichiarò durante una conferenza che alcune valute “erano fatte talmente bene che altri criminali della stessa organizzazione non si erano accorti di avere in mano delle banconote false”.
Che la camorra abbia fatto della contraffazione un affare antico, un ingranaggio che è parte integrante del sistema di potere sul quale si fonda, è un dato ormai acclarato, sin da quando “importava” da alcuni paesi come la Cina abiti e accessori griffati, copiando grandi marchi di maison di moda. Oppure, venivano prodotti direttamente “a chilometro zero” tra le mura delle sue innumerevoli sedi sparse per l’hinterland partenopeo. Ma quali sono le industrie che ospitano la produzione di banconote false? Bunker, depositi occultati e, spesso, bassi.
Successivamente, scatta la vendita, che avviene solitamente per strada o in luoghi affollati, ma anche lontano da occhi indiscreti in uffici, negozi o agenzie, a specifici orari prestabiliti. Ancora, non si può non tenere conto dell’influenza esercitata dai social durante questa specifica fase commerciale. A tal proposito, la piattaforma di messaggistica istantanea Telegram – dove si compra droga in modalità delivery, e a volte i gestori inseriscono inserzioni per l’acquisto di euro pezzotti – e l’app cinese Potato, la prediletta dei pusher, rappresentano i principali canali social attraverso i quali avviene i soldi falsi vengono immessi nel commercio.
E per ordinare? Innanzitutto, occorre indicare il prodotto, la quantità, l’indirizzo e l’orario desiderato, contattando direttamente il fornitore. Poi, ogni traccia viene cancellata, attraverso l’eliminazione della conversazione. E sull’asporto? Vige una precisione svizzera: “Consegna entro 45 minuti al massimo. Dopo questo tempo, il corriere tornerà indietro. Si prega di essere preparati e discreti”.
Ancora, sempre online è possibile prendere visione di tutti i costi, talmente bassi da sembrare una truffa: 500 per 8mila e 1.000 per 15mila. Del resto, una banconota da 20 ha il prezzo di 1,25 euro: una cifra insignificante. Ma non è tutto: altre pagine, infatti, mostrano prezzi ancora più bassi. Ad esempio, 0,50 per una banconota da 20 soltanto se si acquistano 100 euro fake. A questi dati, ancora, si aggiungono le cosiddette “carte bianche”, ossia bancomat codificati con i dati bancari di altri, funzionando come un normale visa, rigorosamente brandizzate con il nome altrettanto fittizio del venditore e il logo.
In questo ecosistema parallelo, dove il denaro sembra moltiplicarsi per poi svanire tra le pieghe dell’illegalità, resta una sola certezza: la contraffazione non è un semplice inganno, ma un’intera architettura sotterranea che nutre economie deviate e svuota di fiducia quelle legali. E mentre le banconote false continuano a scorrere come un fiume invisibile attraverso strade, profili social e mani inconsapevoli, a pagare il prezzo più alto è sempre la comunità, lasciata a convivere con un’ombra che si rigenera più in fretta di quanto si riesca a spegnerla.
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