
Il futuro del Pineta Grande Hospital è divenuto un tema cruciale nel dibattito regionale. In gioco c’è la tenuta di un presidio sanitario strategico per Castel Volturno, per il Litorale Domizio e, più in generale, per una provincia, quella di Caserta, che continua a fare i conti con una disponibilità di posti letto insufficiente rispetto ai bisogni della popolazione.
Con circa 1.100 dipendenti, tra i quali 300 medici, 314 posti letto per acuti e 36 posti di terapia intensiva per adulti e neonati, il Pineta Grande è oggi un ospedale ad alta specializzazione, capace di assicurare prestazioni complesse e di sostenere una parte rilevante dell’emergenza sanitaria casertana. Il suo pronto soccorso, inserito nella rete regionale del 118, registra circa 50mila accessi ogni anno. Numeri che descrivono un servizio pubblico essenziale, indipendentemente dalla natura giuridica della struttura che lo eroga.
È proprio l’attività di emergenza-urgenza, tuttavia, ad avere prodotto la situazione finanziaria più critica. Secondo quanto illustrato nell’intervista, negli ultimi esercizi il gruppo ha accumulato perdite per circa 28 milioni di euro, a causa del mancato riconoscimento di prestazioni per circa 40 milioni, effettuate oltre il budget assegnato per rispondere soprattutto a codici rossi e arancioni. Un’attività che l’ospedale non può programmare o limitare come una normale prestazione ambulatoriale: chi arriva in condizioni di emergenza deve essere curato e basta, senza se e senza ma.
Da qui il rischio, dichiarato apertamente dai vertici aziendali, di un ridimensionamento o persino della sospensione del pronto soccorso qualora non arrivassero risposte adeguate. Un’eventualità che produrrebbe conseguenze pesantissime. Per migliaia di cittadini significherebbe dover percorrere distanze maggiori anche in presenza di patologie tempo-dipendenti e per gli altri ospedali della provincia vorrebbe dire assorbire un ulteriore carico di pazienti in una rete già sotto pressione. A essere colpiti sarebbero inoltre oltre mille lavoratori e le loro famiglie, insieme all’indotto economico e professionale sviluppatosi intorno all’ospedale.
Il danno sarebbe ancora più grave perché ricadrebbe su Castel Volturno, un territorio fragile, caratterizzato da forti bisogni sociali, da una popolazione eterogenea e da servizi pubblici che non sempre riescono a rispondere pienamente alla complessità della realtà locale.

A raccontare questa situazione è Vincenzo Schiavone, presidente della holding sanitaria La Nuova Domiziana, titolare del Pineta Grande Hospital. Alla guida della struttura dal 1985, Schiavone ha accompagnato, insieme alla moglie Anna Maria Ferriello e successivamente al figlio Beniamino, la trasformazione dell’originaria piccola casa di cura in un moderno presidio ospedaliero e universitario. Un percorso imprenditoriale durato oltre quarant’anni, strettamente legato al territorio di Castel Volturno e alla crescita di una realtà che oggi rappresenta uno dei principali poli sanitari del Mezzogiorno.
«Il Pineta Grande Hospital è una delle realtà sanitarie più importanti della provincia di Caserta e fa capo a La Nuova Domiziana S.p.A., holding che controlla anche altre strutture, tra cui la Clinica Sanatrix di Napoli e Padre Pio di Mondragone, centro di riabilitazione residenziale e Centro SUAP per il trattamento dei pazienti in stato di coma prolungato.
Il Pineta Grande Hospital rappresenta la principale struttura del gruppo ed è una società autonoma, interamente controllata dalla holding.
Complessivamente, la produzione del Pineta Grande Hospital ammonta a circa 120 milioni di euro l’anno, di cui 91 milioni nel 2025 a carico del Servizio sanitario nazionale. È inoltre prevedibile un’ulteriore crescita, considerato che non tutte le nuove discipline sono ancora entrate pienamente a regime.
Proprio in ragione dell’intensa attività svolta dal pronto soccorso e dall’emergenza-urgenza, con il conseguente elevato numero di accessi, il Pineta Grande Hospital sta attraversando una fase di sofferenza economico-finanziaria. Gli ultimi esercizi si sono infatti chiusi in perdita a causa del mancato riconoscimento delle prestazioni erogate oltre i limiti di budget, prevalentemente riferite a pazienti classificati con codici rossi e arancioni, mentre la struttura ha sostenuto integralmente i relativi costi assistenziali».

«Il gruppo La Nuova Domiziana, originariamente composto da sei case di cura, si è successivamente riorganizzato. Per la realizzazione del Pineta Grande Hospital sono stati infatti trasferiti i posti letto delle case di cura Villa Bianca, Villa Ester e Padre Pio, le cui attività sono state accorpate qui a Castel Volturno.
Oggi il Pineta Grande Hospital si colloca tra i più importanti ospedali dell’Italia centro-meridionale, rappresentando un punto di riferimento per l’assistenza sanitaria e l’alta specializzazione.
«Il problema nasce con la crescita del Pineta Grande Hospital, che oggi è un vero e proprio presidio ospedaliero, assimilabile per complessità a un policlinico. A conferma di questa evoluzione, proprio quest’anno è stato avviato anche il corso di laurea in Medicina e Chirurgia che si aggiunge a quello triennale in Infermieristica e magistrale in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche.
La differenza rispetto al passato è sostanziale: un conto è gestire una casa di cura, sia pure di rilievo, con 150 posti letto; un altro è amministrare una struttura da 314 posti letto, dotata delle più elevate specializzazioni, tra cui cardiochirurgia, chirurgia toracica, chirurgia vascolare, cardiologia con Unità Coronarica, neurochirurgia, neurologia, ortopedia, urologia e medicina e terapia intensiva.
Si tratta, quindi, di una struttura che, per dimensioni, complessità organizzativa e livello delle prestazioni erogate, è un grande ospedale ad alta specializzazione, tanto che oltre il 50% della nostra attività sono prestazioni ad alta complessità. Si tratta di una produzione particolarmente rilevante, strettamente connessa all’intensa attività del Pineta Grande Hospital, ma che va letta anche in rapporto a quella degli altri ospedali della provincia.
Basti pensare che i sette ospedali dell’ASL Caserta — Aversa, Marcianise, Maddaloni, Piedimonte Matese, Santa Maria Capua Vetere e Sessa Aurunca — dispongono complessivamente di 611 posti letto, quasi il doppio dei 314 del Pineta Grande Hospital, ma producono un volume di attività inferiore a quello della nostra struttura. È anche per questo motivo che non riusciamo a contenere la produzione entro i limiti di budget assegnati.
Il nodo principale riguarda il pronto soccorso. I pazienti che vi accedono e necessitano di ricovero non possono essere trasferiti verso altri ospedali per la cronica indisponibilità di posti letto. Nel corso dell’ultimo anno abbiamo censito circa 1.431 accessi di pazienti che, una volta stabilizzati, avrebbero potuto essere presi in carico da altre strutture, trattandosi di patologie di media o bassa intensità assistenziale. Tuttavia, nessuno di questi trasferimenti è stato possibile, prevalentemente per carenza di posti letto.
Di conseguenza, siamo stati costretti a ricoverare e assistere direttamente tutti questi pazienti, facendoci carico di un’attività che va ben oltre il nostro ruolo originario e contribuendo in maniera determinante a garantire la risposta all’emergenza-urgenza dell’intero territorio casertano, ma che al contempo comporta una ulteriore erosione delle risorse disponibili.
Inoltre, per organizzazione, discipline presenti e volume di attività, il Pineta Grande Hospital è di fatto assimilabile a un DEA. Non a caso, è lo stesso sistema 118 a indirizzarci i casi più complessi. Eppure continuiamo a essere classificati come sede di pronto soccorso semplice, ossia una struttura che dovrebbe limitarsi alla prima assistenza, alla stabilizzazione del paziente e al successivo trasferimento dei casi più complessi verso gli ospedali di riferimento.

La rete ospedaliera provinciale purtroppo non è in grado di assorbire i pazienti che dovrebbero essere trasferiti.
La provincia di Caserta, infatti, registra il più basso indice di posti letto per mille abitanti. Di fronte alla cronica indisponibilità di posti letto negli altri ospedali, sorge spontanea una domanda: dove dovrebbero essere trasferiti questi pazienti?
È questo il vero nodo della questione. Ogni giorno il Pineta Grande Hospital, con un notevole impegno organizzativo, professionale ed economico, si deve far carico di quest’attività che va ben oltre quella prevista per un pronto soccorso semplice, senza che questo ruolo e gli oneri che ne derivano trovino un adeguato riconoscimento.
«Un’ulteriore criticità riguarda il sistema tariffario. Operiamo infatti con le tariffe più basse d’Italia: rispetto ad altre regioni, è come se per ogni tre prestazioni erogate ce ne venissero riconosciute economicamente soltanto due.
A ciò si aggiunge il fatto che l’ultimo adeguamento tariffario risale al 2012, ma è sostanzialmente basato su un impianto definito nel 2006. In pratica, lavoriamo con tariffe ferme da circa vent’anni.
Nel frattempo è cambiato completamente il contesto in cui operiamo. Abbiamo affrontato la pandemia da Covid-19, che ha provocato migliaia di vittime e un significativo aggravamento delle condizioni cliniche, soprattutto nella popolazione anziana. Si sono inoltre susseguite crisi internazionali, comprese guerre che hanno interessato anche il continente europeo, con un conseguente aumento dei costi dell’energia, delle materie prime e, più in generale, del costo della vita.
Se si considerasse anche soltanto l’inflazione maturata in questi anni, le tariffe avrebbero dovuto essere adeguate di almeno il 30%. Un incremento che, invece, non si è concretizzato neppure in minima parte.
Per queste ragioni stiamo registrando un crescente squilibrio economico-gestionale, che potrà essere superato solo attraverso un deciso intervento della Regione Campania. In assenza di misure tempestive, il rischio è quello di non riuscire più a sostenere gli attuali livelli di attività, con inevitabili ripercussioni sull’offerta dei servizi e sulla qualità dell’assistenza ai cittadini.»
«Fino al 2025 la sanità campana è stata condizionata sia dai vincoli della spending review sia dal commissariamento legato al Piano di rientro dal disavanzo sanitario, durato oltre quindici anni. Un periodo che ha imposto sacrifici significativi non solo agli operatori sanitari, ma anche ai cittadini.
Quest’anno la Regione Campania è finalmente uscita dal Piano di rientro e dispone di una maggiore autonomia nella programmazione e nell’impiego delle proprie risorse, che ammontano a circa 11,5 miliardi di euro. Si tratta di una disponibilità finanziaria rilevante, che colloca la Campania tra le principali realtà regionali del Paese.
Ora è fondamentale comprendere quali saranno gli indirizzi strategici e le priorità della nuova Giunta regionale. Con la nostra associazione di categoria siamo stati ascoltati e abbiamo avuto un confronto con il Capo di Gabinetto e con la struttura tecnica dell’Assessorato alla Sanità, chiedendo indicazioni chiare sul percorso da seguire. Il privato accreditato, infatti, non rappresenta un’alternativa al servizio pubblico, ma un partner del Servizio sanitario regionale, con il quale condivide la responsabilità di garantire l’assistenza ai cittadini.
Nel corso dell’incontro abbiamo inoltre chiesto conferma della notizia relativa al riconoscimento di un contributo economico ai dipendenti del settore pubblico impegnati nei pronti soccorso e, soprattutto, le ragioni per cui tale misura non sia stata estesa anche al personale delle poche strutture private accreditate dotate di pronto soccorso e inserite nella Rete dell’Emergenza.
I nostri professionisti svolgono lo stesso lavoro, con le stesse responsabilità e sono sottoposti alle medesime condizioni di stress psicofisico del personale degli ospedali pubblici. Anche loro sono frequentemente vittime di aggressioni, insulti e violenze fisiche.
Per questo riteniamo che un intervento di sostegno, se riconosciuto in ragione della particolare gravosità del lavoro svolto nei pronti soccorso, debba essere esteso a tutti gli operatori che prestano servizio nella Rete dell’Emergenza, indipendentemente dalla natura pubblica o privata della struttura di appartenenza. Tanto più che le strutture private dotate di pronto soccorso sono numericamente molto limitate e svolgono una funzione essenziale per il sistema sanitario regionale.»
«È un tema particolarmente importante. Attualmente la mobilità sanitaria attiva rappresenta circa il 5-6% della nostra produzione, ma cerchiamo di contenerla per non aggravare la già complessa situazione assistenziale dei cittadini del nostro territorio.
La ragione è semplice. A differenza di quanto avviene in molte altre regioni, il budget che la Regione Campania assegna alle strutture accreditate comprende anche le prestazioni erogate ai pazienti provenienti da fuori regione. Questo significa che l’attività svolta a favore di cittadini non campani assorbe una parte del budget destinato all’assistenza della popolazione regionale, limitando di fatto la nostra capacità produttiva.
È una situazione difficilmente comprensibile se si considera che la Campania continua a registrare il più elevato saldo negativo della mobilità sanitaria: ogni anno la Regione sostiene una spesa di circa 400 milioni di euro per i propri cittadini che si curano fuori regione, mentre incassa soltanto circa 100 milioni di euro per la mobilità attiva. In quest’ultima cifra sono compresi anche i circa 5 milioni di euro maturati dal Pineta Grande Hospital, che, tuttavia, non ci sono stati finora riconosciuti dalla Regione.
Riteniamo quindi che sia giunto il momento di rivedere il sistema della mobilità sanitaria attiva, escludendola dai tetti di spesa, come già avviene in altre regioni. Una scelta di questo tipo consentirebbe di liberare risorse di budget da destinare all’attività ordinaria e di valorizzare maggiormente il lavoro dei nostri professionisti, evitando di imporre limitazioni all’attività dei medici al solo scopo di rispettare i tetti di spesa.»
«In questo momento abbiamo sospeso qualsiasi investimento, perché prima di procedere abbiamo bisogno di un confronto con la Regione e di capire se i progetti che intendiamo realizzare siano condivisi e sostenuti nell’ambito della programmazione sanitaria regionale.
Noi siamo abituati a muoverci in anticipo: elaboriamo progetti, valutiamo le modalità di finanziamento, ci confrontiamo con gli istituti di credito e programmiamo gli interventi futuri. Tuttavia, in assenza di indicazioni chiare e di risposte concrete, diventa difficile assumere impegni economici e avviare nuovi investimenti.
La seconda questione è ancora più delicata e riguarda la competitività del settore privato accreditato sul piano del personale. Negli ultimi anni siamo diventati meno attrattivi rispetto al sistema pubblico, che ha beneficiato di importanti rinnovi contrattuali, dell’introduzione di premialità per gli operatori dei pronti soccorso e di nuove assunzioni. In molti casi queste dinamiche hanno determinato il passaggio di medici, infermieri e OSS dalle strutture private agli ospedali pubblici, anche perché i presidi vicini possono offrire condizioni economiche e contrattuali più vantaggiose.
È una situazione comprensibile: chi dovrebbe scegliere di svolgere lo stesso lavoro in una struttura dove la remunerazione è inferiore rispetto a un ospedale pubblico vicino?
Per questo motivo, chi continua a lavorare con noi merita un riconoscimento particolare. Sono professionisti profondamente legati alla propria “casacca”, persone che dimostrano quotidianamente attaccamento, senso di appartenenza e dedizione all’azienda.
Proprio per questo avvertiamo la necessità che arrivino quanto prima gli auspicati adeguamenti contrattuali e l’aggiornamento delle tariffe, così da poter migliorare anche noi le condizioni economiche dei nostri dipendenti. Nel frattempo, però, stiamo pagando il prezzo di una continua difficoltà nel trattenere e reperire personale qualificato.
L’obiettivo è riuscire a garantire sempre la presenza di professionisti preparati, giovani e motivati, evitando che la carenza di personale possa arrivare a compromettere la continuità dei servizi e costringerci a ridurre o sospendere alcune attività.»
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