
Il Gambia ha recentemente compiuto un passo controverso nel suo percorso legislativo. L’assemblea nazionale del paese, con una schiacciante maggioranza di 42 voti su 47, ha deliberato per revocare il divieto sulla mutilazione genitale femminile. Questa decisione segna un retrocesso significativo per i diritti delle donne non solo nel Gambia, ma potenzialmente in tutto il mondo.
La legge che vietava la pratica della mutilazione genitale femminile era stata introdotta nel 2015, ma è stata applicata solo dallo scorso anno. Tuttavia, se l’iter legislativo dovesse procedere senza ostacoli, il Gambia diventerebbe il primo paese al mondo a fare marcia indietro sul fronte delle tutele legali contro questa pratica barbarica. La mutilazione genitale femminile è una pratica diffusa non solo in Africa, ma anche in Medio Oriente e in Asia.

Si tratta di un atto fisico e psicologico devastante inflitto alle donne, spesso motivato da ragioni religiose, culturali o di controllo sulla sessualità femminile. La pratica, perpetrata per impedire il piacere sessuale e garantire la verginità fino al matrimonio, è una chiara violazione dei diritti umani fondamentali e causa gravi danni fisici e psicologici alle vittime.
L’Italia, come molti altri paesi, sta assistendo a un aumento del numero di donne provenienti da regioni dove la mutilazione genitale femminile è ancora pratica comune. Queste donne portano con sé le cicatrici di una tradizione crudele e arcaica che non solo mina la loro salute e il loro benessere, ma ne limita anche la libertà e l’autonomia.
La mutilazione genitale femminile si manifesta in diverse forme:

Nonostante gli sforzi per combattere questa pratica abominevole, ancora oggi circa 200 milioni di donne nel mondo sono state sottoposte alla mutilazione genitale femminile, e una donna su 500 muore a causa di essa. È un atto deplorevole, perpetrato su corpi di bambine innocenti e sane, che deve essere fermato.
Ma perché continuano a verificarsi tali atrocità? La pratica della mutilazione genitale femminile è spesso radicata nelle tradizioni culturali e nella pressione sociale delle comunità in cui si verifica. Le madri e le donne stesse spesso partecipano a questa pratica nel tentativo di garantire l’appartenenza e la conformità alla comunità.
Questa pratica è presente anche nei paesi in cui queste donne emigrano e nei paesi di adozione dove queste comunità continuano a praticarla. Qual è la finalità? Il tagliere piacere alla donna ma soprattutto il tipo tre di impedire l’accesso alla vagina per garantire loro la donna di restare vergine fino al matrimonio e garantire la paternità dei figli nati da quell’unione. Per secoli e ancora oggi sul corpo delle donne continuano a consumarsi violenze e tentativi di controllo della procreazione e della sessualità femminile dominio sul piacere femminile.
Questo intervento è un passaporto di appartenenza a specifiche comunità (come quella somala). Inoltre, la pratica delle mutilazioni genitali permette alle donne, soprattutto di classi sociali basse, di acquistare valore. Infatti, il valore femminile è direttamente legato a quanto una donna si è preservata fisicamente e questo assume più importanza in classi sociali basse. Da sempre, gli uomini controllano il piacere e il corpo delle donne, mutilandolo, decidendo per loro, ed ancora oggi mettiamo in luce l’importanza di lottare per riconoscere il nostro valore femminile a prescindere dal legame che il nostro corpo ha con la sessualità.
Tuttavia, è essenziale affrontare le radici profonde di queste credenze e lavorare per promuovere l’uguaglianza di genere e il rispetto dei diritti delle donne in tutto il mondo. Il Gambia, con la sua recente decisione di revocare il divieto sulla mutilazione genitale femminile, ha compiuto un passo indietro significativo nella lotta per i diritti delle donne. È imperativo che la comunità internazionale condanni fermamente questa decisione e continui a impegnarsi per proteggere le donne e le ragazze da questa pratica orribile e ingiustificata.
di Valeria Marchese
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