
La guerra non rovina solo le vite degli uomini. Distrugge anche le esistenze degli animali che hanno la sfortuna di incontrarne la devastazione nel corso delle loro esistenze. Quella devastazione, che travolge ogni forma di vita, lascia le sue cicatrici indelebili nelle storie delle comunità come nella terra. Butterata di crateri, tranciata dalle trincee, inquinata da agenti chimici pericolosi e ancora piena di bombe e mine inesplose. Nel Laos il grido di dolore della terra si esprime tutto nella Piana delle Giare.
Un territorio diventato sito dell’UNESCO nel 2019 per i suoi particolari siti archeologici – circa 90 – composti da enormi giare. Così antico e meraviglioso, lo stesso territorio ha visto, tra il ’60 e il ’70 dello scorso secolo, una guerra segreta. Così la chiamarono gli statunitensi, perché poco se ne doveva sapere. Nel corso della guerra del Vietnam, il movimento Pathet lao (i comunisti laotiani) consentì il passaggio di merci ai ribelli vietnamiti lungo la Ho-Chi Minh Trail: attraverso questa strada i vietcong trasportavano armi e rifornimenti verso sud. Il Laos, alleato del Vietnam del Nord, divenne a sua volta nemico degli Stati Uniti.
Tra il 1964 e il 1973, in Laos gli USA sganciarono più di 2.5 milioni di tonnellate di bombe nel corso di 580mila bombardamenti. L’equivalente di un bombardamento ogni 8 minuti, ogni giorno, per 9 anni. Nel corso di quei 9 anni, le bombe hanno distrutto numerosi villaggi civili costituendo così un crimine di guerra, costringendo all’esodo le popolazioni colpite. Ancora secondo i dati dell’osservatorio internazionale Legacies of War, un terzo delle bombe non sarebbe esploso, lasciando il territorio laotiano ancora contaminato e pericoloso.
Sono tante le associazioni che lavorano sui territori del Laos per liberare il paese dalle mine. «Una decina di anni fa abbiamo fatto un viaggio nelle aree del Vietnam e la Cambogia. Soprattutto in quest’ultimo paese abbiamo lavorato in associazioni di volontariato, producevo calendario e una volta tornato nella mia città, Viareggio, lo vendevo per raccogliere fondi» mi racconta Massimo Moriconi, uno di quei volontari che sostiene lo sminamento del paese. «Siamo andati poi in Laos dove abbiamo visitato Prabang, una città turistica: qui ogni sera c’è un mercatino notturno dove vendono bracciali. Ci siamo informati sulla loro storia e abbiamo scoperto il villaggio d’origine. All’epoca i tempi per spostarsi nel paese erano disarmanti, anche di 15 ore. Fortunatamente ho conosciuto un ragazzo che mi aiuta nelle traduzioni per confrontarmi con i laotiani. Così abbiamo iniziato a collaborare per creare una linea di gioielli».
Moriconi, assieme a sua moglie e alcuni soci, ha dato vita a No War Factory, un’azienda che produce gioielli solidali con il materiale delle bombe inesplose e disinnescate, alimentando un ciclo continuo che porta nei villaggi laotiani aiuti umanitari facendo conoscere nel mondo la storia ancora nascosta di questo paese esportandone l’arte. «Il metallo per i nostri gioielli lo otteniamo dalla Piana delle Giare, una delle aree più bombardate al mondo. In questa zona, mentre le associazioni operano per lo sminamento del terreno, alcuni artigiani acquistano i metalli per lavorarci. Con un fornello artigianale fondono l’alluminio che negli stampi di argilla prende la forma desiderata. Sono semplici: quadrati ed esagoni, che vengono rifiniti da orafi con cui collaboriamo qui in Italia».
Parte dei ricavati di questa realtà viene reinvestita in progetti solidali per lo sviluppo dei territori del sudest asiatico. «Lo scorso anno siamo andati in Laos e abbiamo comprato una quarantina di filtri per l’acqua. Con un’associazione, Sons of mine, abbiamo raccolto i fondi per distribuire questi beni alle famiglie della zona». In Laos i villaggi rurali sono il 70% e sono tante le malattie dovute all’acqua sporca, che sono tra le prime cause di mortalità assieme alle mine inesplose. «Con questi aiuti riusciamo a fare tanto con poco».
Il Laos è, a tutti gli effetti, abbandonato dalla comunità internazionale. Benché le morti annuali a causa degli ordigni bellici inesplosi siano diminuite da 310 all’anno nel 2008 a 50 all’anno oggi, ogni singolo morto è ancora troppo. Delle vittime di queste bombe, il 40% sono bambini.
Per quanto si possa pulire, i morti restano morti: non torneranno. Il sangue non si lava. La necessità, ora, è che queste cicatrici di guerra non inghiottano altre vite.
Di Ciro Giso
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