
Che direzione sta intraprendendo il lavoro del giornalista? Con una visita in redazione, a questa domanda ha provato a dare risposta Marilù Musto, storica penna de “Il Mattino” che per anni ha denunciato le carenze del casertano, sua terra di origine.
«Prima c’erano tantissime scuole di giornalismo e tantissimi ragazzi che volevano fare questo lavoro. Adesso no. La nostra professione è inflazionata perché tutti si sentono giornalisti, e quindi a quel punto fare il portiere di calcio o il giornalista è quasi la stessa cosa. È solo una peculiarità italiana e se tutela deve esserci, deve essere reale. Al netto di questo, il lavoro è pagato pochissimo: colleghi di agenzie di stampa nazionali per un take guadagnano 4 euro. E non parliamo del gender pay gap.
Inoltre, fino a 15 anni fa, un’intercettazione era notizia e il giornale che la pubblicava aveva rilevanza. Ora non puoi più: le nuove regole tagliano la libertà dei cittadini di conoscere. Non ci sono più inchieste. Ho vissuto, per esempio, il processo Cosentino dall’inizio alla fine. Se ci fossero state delle intercettazioni, ora non avremmo neanche la possibilità di pubblicarle, perché saremmo passibili di querela. Seguii anche il caso Spagnuolo: citarono Tommaso Morlando come quello che ‘rompeva sempre il c****’ e che a un certo punto volevano ‘eliminare’. Io la scrissi questa cosa».
«Già con la legge Cartabia, che non interviene sulla libertà di stampa, ma nei contenuti tutela i diritti delle parti ponendo però l’informazione in una condizione di svantaggio, c’è stata una modifica della procedura. Ora con un governo così non si può dire che ci sia una chiusura dell’informazione, piuttosto si ha una direzione di accondiscendenza verso il potere che, quindi, porta a dire che “va tutto bene”. Ma i cittadini sanno bene che la realtà è altra, ma se non c’è una reale alternativa al sistema coloro che possono scegliere con il voto scelgono, invece, di non votare: “perché tanto sono tutti uguali”.
Io credo che valga sempre l’informazione di qualità per attaccare sia il governo sia l’opposizione. C’è bisogno di atti, di documenti, ma spesso sono strumentali e pensano solo ad uscire sui social. Molti non conoscono la differenza tra comunicare e informare, che non sono la stessa cosa. La comunicazione diffonde un punto di vista, l’informazione deve attenersi a regole, verificare e selezionare i fatti. Oggi invece prevale la comunicazione unilaterale: io parlo, gli altri ascoltano. Il punto di equilibrio tra le comunicazioni dovrebbe essere l’informazione che fa il giornalista».
«È il motivo per cui ho lasciato la professione. Si parla di salario minimo, ma il problema vero è la detassazione del lavoro. Con la partita Iva, anche se hai buoni incarichi, tra IVA, tasse e contributi resta pochissimo: di 2mila euro te ne arrivano 800. È anche il motivo per cui non si assume. È una delle promesse che pare abbia fatto Meloni, ma come lei tanti altri, quella di detassare il lavoro, ma per ora non l’ha mantenuta. È un paese che non ha futuro, perciò i giovani se ne vanno. Non c’era possibilità di carriera, lo stipendio era tassato a fronte di orari indicibili, Natale e Pasqua compresi».
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