
Ogni tanto capita: un romanzo ti prende alla gola con un incipit perfetto e non ti molla più. “Il giorno dell’ape” di Paul Murray è uno di quei libri. Una saga familiare? Anche. Un trattato sull’economia del fallimento? Forse. Un affresco lirico e feroce sull’Irlanda di oggi, sull’adolescenza, sull’apocalisse climatica, sull’amore, sul ridicolo, sull’umiliazione, sulla vergogna? Sicuramente. Ed è anche uno dei migliori romanzi europei degli ultimi anni, come hanno riconosciuto il New York Times, il Booker Prize (di cui è stato finalista), e il Premio Strega Europeo che ha vinto nel 2025.
I Barnes vivono in una cittadina tranquilla a un paio d’ore da Dublino. Dickie gestisce la concessionaria d’auto di famiglia, Imelda colleziona oggetti di design e ferite mai risolte, Cass sogna il Trinity College, PJ è un piccolo genio con la testa piena di insetti e paure. Una famiglia borghese, rassicurante. Poi il crollo: economico, affettivo, simbolico. I Barnes smettono di parlarsi, e ognuno affonda nel proprio silenzio. Come accade nelle vere tragedie, nessuno è colpevole, eppure tutti sono responsabili. Murray li trascina con sadico affetto tra piccoli drammi e grandi sventure, portandoli sull’orlo del baratro e poi un passo oltre, per vedere se c’è un fondo o solo vuoto. Ogni tanto li risolleva, ma mai del tutto. Nel frattempo, fa esplodere lo stile: cambia voce, registro, ritmo. Alterna introspezioni degne di Virginia Woolf a dialoghi da sitcom, riflessioni poetiche a frecciate comiche. Una parte del romanzo è scritta senza punteggiatura, omaggio non solo a Joyce ma al caos interiore dei personaggi. Eppure, non è mai gratuito. È una scrittura necessaria, viva, che vibra al ritmo dei suoi protagonisti.
C’è anche un intero catalogo di ossessioni: poetesse dimenticate, sbronze leggendarie, teorie sugli odori e sul tempo nei cani, visioni apocalittiche del cambiamento climatico. Ma ogni digressione è un pezzo del puzzle. Perché ne “Il giorno dell’ape” tutto contribuisce a definire il perimetro dell’anima umana: disordinata, fragile, desiderosa di bellezza. Il cuore simbolico del libro è la scena – vera, grottesca, memorabile – dell’ape che, il giorno delle nozze, si impiglia nel velo della sposa e la punge sull’occhio. Nessuna foto, nessun ricordo, solo una ferita nascosta sotto metri di tulle. Una metafora perfetta: nel mondo di Murray, ogni personaggio è quell’ape. Intrappolato, incompreso, destinato a pungere per salvarsi e a morire per quel gesto. Ma “Il giorno dell’ape” non è un romanzo disperato. Anzi, forse è il contrario: è una lunga lettera d’amore alla vulnerabilità. Alla necessità di cooperare. Alla bellezza che può nascere anche nel mezzo del disastro, purché si abbia il coraggio di parlarsi. Perché il vero orrore – e qui Murray è lucidissimo – non è la crisi. È il silenzio.
La traduzione di Tommaso Pincio è un piccolo miracolo: restituisce non solo le parole, ma la musica di Murray. Rende credibili le voci di un padre in crisi, di una madre vanesia e lacerata, di una ragazza che sogna la poesia, di un bambino che legge enciclopedie mentre il mondo intorno si sgretola. Nato a Dublino nel 1975, figlio di un professore e un’insegnante, Paul Murray ha studiato al Trinity College e si è laureato in scrittura creativa all’Università dell’Anglia Orientale. Dopo gli esordi come libraio e un debutto brillante (“An Evening of Long Goodbyes”, 2003), ha scritto “Skippy muore”, “The Mark and the Void” e ora questo capolavoro: un romanzo che pulsa, soffre, respira. Uno specchio – storto, ma lucidissimo – del nostro tempo. E di noi.
di Achille Callipo
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