
“Il grande vuoto” è in scena al teatro Bellini dal 5 al 7 novembre, per la prima volta a Napoli. Lo spettacolo vede alla regia Fabiana Iaccozzilli, alla drammaturgia la stessa accompagnata da Linda Dalisi. Attori in scena Ermanno De Biagi, Francesca Farcomeni, Piero Lanzellotti, Giusi Merli e Mona Abokhatwa.
Il grande vuoto è uno spettacolo intenso, da temi comuni, che indaga i sentimenti delle crisi familiari con molta cura. È stato molto interessante notare come alcune persone trattenessero le lacrime e allo stesso tempo altre si abbandonassero a risate. “La vita dura il tempo di una sigaretta” canta la protagonista all’inizio dello spettacolo, e alla fine dello spettacolo stesso è proprio questa la sensazione che resta allo spettatore. La vita è breve e fatta di attimi, non c’è tempo per disperarsi. La storia parla di una coppia affiatata in terza età e di come poi lei si dovrà trovare ad affrontare la morte di lui; a loro volta, i loro due figli dovranno gestire la mamma che nel frattempo svilupperà una demenza.
Rapportarsi agli altri è sempre un processo difficile, avere poi a che fare con i propri familiari non è sempre semplice. All’inizio del dramma possiamo osservare proprio in climax la bellezza delle relazioni di tipo amorose che resistono al tempo. Inizialmente ci viene mostrato un marito che pare sopraffatto dal carattere della moglie, successivamente uno scatto di rabbia del marito in risposta alla moglie. Il tutto culmina con una litigata che non dura più di un paio di minuti e finisce con il perdonarsi, perché cosa significa amarsi se non accettarsi a vicenda e perdonarsi?
La coppia viene mostrata affiatata, felice, è impossibile per lo spettatore non percepire amore in sala e non domandarsi quante volte quei due vecchietti si erano già perdonati, quante volte si sono ridetti che fumare fa male e si sono ritrovati a smezzare una sigaretta, quante canzoni hanno cantato insieme in macchina, quanti ricordi custodiscono. Proprio per questo alla morte di lui viene naturale allo spettatore empatizzare con la moglie. Lei inizia ad invecchiare e lentamente inizia anche a regredire cognitivamente.
Non è solo l’amore di coppia ad essere messo in scena, ma anche quello dei figli verso la mamma e della madre verso i figli. Al regredire della madre i figli, come spesso accade nelle famiglie, reagiscono in modo diverso. Sua figlia femmina, Francesca, dichiaratamente più legata al padre, si ritrova a dover vedere sua madre fragile, stordita, senza memoria e quindi a dover fare i conti con una madre malata. Suo fratello, Pietro, invece accetta dall’inizio la condizione di sua madre, contiene emotivamente sua sorella quando esplode e si rivolge poi ad una badante.
Rapporto cardine della narrazione però è quello con Francesca, la quale poi riesce ad accettare sua mamma, a vederla ed a guardarla al punto da metterle delle telecamere in casa per videosorvegliarla e prendersi cura di lei: è meglio agire “prima di diventare polvere”. “La parte più piccola della matriosca si chiama seme” ed è proprio il seme quello che è alla base dei rapporti familiari, perché anche se “non so chi sei, ma so che ti voglio bene”.
Lo spettacolo si presterebbe molto bene anche a una regia cinematografica. Nello spettacolo teatrale “Il grande vuoto” c’è un’audace contaminazione del video in presa diretta, che rende molto bene la paura di un figlio che deve prendersi cura di un genitore che diventa impegnativo come un bambino.
La scenografia, come tutto lo spettacolo, è molto curata e di stampo più teatrale e tradizionale: quasi minimalista e d’impatto. Le musiche accompagnano perfettamente lo spettacolo, con la strepitosa Giusi Merli che nel vestire il suo personaggio ricuce canzoni come “la banda” di Massimo Ranieri sul suo personaggio. Il monologo di Francesca, come una voce da fuori campo mentre compaiono le immagini della madre davanti agli occhi dello spettatore, permette di accompagnare il personaggio nel suo flusso di coscienza.
Proprio per questi suoi caratteri emotivamente comuni e curati e per queste modalità innovative lo spettacolo è consigliato anche ai frequentatori meno assidui del teatro.
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