
Il Taser nasce come strumento di difesa e controllo, pensato per ridurre la violenza e limitare i danni rispetto alle armi da fuoco. Eppure, negli ultimi anni, il suo utilizzo da parte delle forze dell’ordine ha sollevato polemiche e dubbi crescenti sulla reale sicurezza di un dispositivo che “meno letale” non significa affatto “innocuo”. I recenti casi avvenuti in Italia, con due decessi nel giro di 48 ore a seguito di interventi nei quali il Taser è stato impiegato, hanno riacceso il dibattito su scala nazionale e internazionale.
Il Taser, acronimo di Thomas A. Swift’s Electric Rifle, agisce attraverso due piccoli dardi metallici collegati a fili sottili. Una volta sparati, questi si conficcano nei vestiti o nella pelle del bersaglio, creando un circuito elettrico che rilascia scariche ad alta tensione e bassa corrente. L’effetto immediato è la contrazione involontaria dei muscoli e l’immobilizzazione temporanea del soggetto. La sua forza risiede nella rapidità: in pochi secondi una persona può trovarsi incapace di reagire o muoversi. Ma questa stessa caratteristica può trasformarsi in un rischio grave per chi soffre di patologie cardiache, per chi è sotto l’effetto di sostanze o in condizioni di forte stress psicofisico. La scarica elettrica può infatti innescare aritmie, difficoltà respiratorie o, nei casi più estremi, arresto cardiaco.
Il percorso del Taser in Italia è stato altalenante. Dopo una fase di sperimentazione avviata nel 2018 in dodici città, l’arma è stata riconosciuta come strumento in dotazione alle forze dell’ordine nel 2020. Una successiva sospensione, dovuta a problemi emersi nelle prove balistiche, non ha però bloccato definitivamente la sua diffusione. Dal marzo 2022 il Taser è entrato stabilmente nell’arsenale operativo di polizia, carabinieri e guardia di finanza, con estensione in alcune città anche alle polizie municipali. La normativa italiana stabilisce che si tratti di un’“arma propria”, il cui possesso da parte di privati è subordinato a licenza. Il porto rimane vietato, mentre agli agenti che ne fanno uso viene imposto di mostrare il dispositivo prima dell’impiego. Oltre a richiedere immediatamente soccorso medico dopo ogni scarica. In teoria un protocollo stringente, nella pratica però difficile da verificare in ogni contesto operativo.
Il dibattito sul Taser non riguarda solo l’Italia. Amnesty International ha documentato negli Stati Uniti centinaia di decessi in seguito all’impiego di armi a impulsi elettrici. Tra il 2001 e il 2007, ad esempio, si contavano già oltre 270 casi. Studi medici, come quelli della Cleveland Clinic, hanno dimostrato che l’esposizione a queste scariche può influenzare la funzionalità cardiaca, aumentando il rischio di fibrillazione ventricolare e arresto cardiaco. Episodi simili si sono verificati in Canada, dove il caso di Robert Dziekański, morto all’aeroporto di Vancouver nel 2007 dopo essere stato colpito da più scariche, rimane emblematico. In Europa, nel 2016, l’ex calciatore inglese Dalian Atkinson perse la vita durante un intervento della polizia dopo che quest’ultima lo colpì con il taser. Le aziende produttrici, come la statunitense Axon, hanno sempre difeso l’affidabilità dei loro dispositivi, sottolineando come il Taser abbia consentito di ridurre il ricorso alle armi da fuoco in migliaia di interventi. Le statistiche ufficiali parlano di percentuali di impiego con conseguenze minime nella quasi totalità dei casi. Ma le organizzazioni indipendenti e le indagini giornalistiche sottolineano un dato ineludibile. Nonostante la definizione di “arma non letale”, centinaia di persone sono morte dopo essere state colpite.
Il paradosso del Taser risiede nella sua natura intermedia. Non è un’arma da fuoco, ma non è neppure un semplice strumento di dissuasione come un manganello o uno spray urticante. La percezione di relativa innocuità può favorire un uso più disinvolto da parte degli operatori, con il rischio di impiegarlo in contesti nei quali basterebbero altri strumenti di gestione della situazione. Un aspetto poco discusso riguarda la possibilità di utilizzo reiterato. Più scariche consecutive, o l’uso su persone già a terra e immobilizzate, possono amplificare i rischi in modo esponenziale. La letteratura medica segnala inoltre come i soggetti vulnerabili – persone cardiopatiche, individui in stato di alterazione psicofisica o colpiti da “excited delirium” – siano particolarmente esposti agli effetti letali dell’arma.
In Italia, le due morti registrate nel giro di due giorni ad agosto hanno spinto le procure a sequestrare i dispositivi utilizzati e a indagare su eventuali difetti tecnici o abusi nell’impiego. L’ipotesi di pistole a impulsi elettrici difettose, o mal tarate, alimenta un ulteriore livello di preoccupazione. Se un’arma concepita per immobilizzare diventa potenzialmente mortale a causa di errori di fabbricazione o manutenzione, la responsabilità ricade tanto sui produttori quanto sulle istituzioni che ne autorizzano l’uso. Le autopsie, attese per fare chiarezza sui decessi di Olbia e Genova, saranno decisive. Ma al di là dei singoli casi, resta un interrogativo più ampio. Fino a che punto uno strumento presentato come “alternativa meno cruenta” alle armi da fuoco garantisce davvero maggiore sicurezza, per chi lo impiega e per chi lo subisce?
La questione Taser si inserisce in un dibattito globale sul commercio e sull’uso delle armi “meno letali”. Diverse organizzazioni per i diritti umani chiedono da tempo l’introduzione di un trattato internazionale che vieti specificamente le armi a scarica elettrica a contatto diretto. E che introduca controlli molto più severi sulla distribuzione dei modelli a distanza. L’obiettivo è ridurre il rischio di abusi e garantire un monitoraggio trasparente degli effetti di un’arma che, pur non essendo una pistola tradizionale, può avere conseguenze irreversibili.
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