
di Tsedey Tsegaye, Temple University, Klein College of Media and Communication
TikTok non è solo un’app di social media: è un impero digitale che ha ridisegnato la comunicazione globale. Collega persone di diverse culture, alimenta movimenti creativi e genera opportunità economiche. Eppure, sotto la sua superficie luccicante si nasconde una realtà sinistra: è anche un terreno fertile per odio, sfruttamento e attività criminali.
Mentre milioni di utenti scorrono distrattamente tra challenge di ballo e trend virali, il lato oscuro di TikTok prospera, amplificando l’odio razziale e facilitando la tratta di esseri umani. Questo è particolarmente evidente in Etiopia e in altri Paesi in via di sviluppo, dove la piattaforma è diventata sia un megafono per la violenza etnica che un mercato per la sofferenza umana. La domanda non è se TikTok sia complice, ma per quanto tempo continuerà a operare senza assumersi responsabilità.
Questo articolo solleva il velo sul ruolo inquietante di TikTok nell’alimentare razzismo e tratta, ne denuncia la complicità e chiede un’azione globale immediata.
I social media sono spesso descritti come uno specchio della società, ma TikTok è diventato una lente distorta che amplifica le divisioni etniche, diffonde disinformazione e alimenta violenza nel mondo reale. L’Etiopia, un Paese con un tessuto etnico profondamente complesso, ha visto in prima persona come TikTok possa trasformare tensioni di lunga data in esplosioni di brutalità.
Uno degli esempi più agghiaccianti di violenza incontrollata su TikTok si è verificato in Arabia Saudita. Un video in diretta mostrava un giovane migrante etiope, con le mani legate dietro la schiena, mentre un gruppo di uomini lo picchiava senza pietà. Il video non era nascosto negli angoli oscuri di Internet: era live, accessibile e, orribilmente, popolare. Più di 30.000 spettatori hanno guardato in tempo reale, alcuni incitando gli aggressori con commenti come “uccidilo”, mentre altri imploravano pietà. Ma la pietà non aveva posto nell’algoritmo di TikTok, che continuava a spingere il video su altri schermi, premiando l’engagement più della dignità umana.
La violenza non era casuale. Derivava da un’accusa non verificata secondo cui il giovane etiope, un migrante Amhara, avesse aggredito un ragazzo Oromo. Questa accusa, usata come un’arma, è stata tutto ciò di cui i trafficanti avevano bisogno per sfruttare le animosità etniche esistenti. Quello che era iniziato come un attacco personale si è trasformato in una crisi internazionale di ostaggi: estremisti Amhara, per rappresaglia, hanno rapito due migranti Oromo, chiedendo uno scambio di vite. I trafficanti, vedendo un’opportunità, hanno mediato un accordo: la liberazione degli ostaggi in cambio di denaro e vantaggi politici. Giovani pastori innocenti, che avevano lasciato l’Etiopia in cerca di lavoro, sono diventati pedine in un conflitto che non avevano scelto.
Questo non è stato un episodio isolato. TikTok è diventato un campo di battaglia digitale dove la propaganda etnica prospera senza controllo e un singolo post può incitare allo spargimento di sangue. Quello che un tempo era una piattaforma per lo scambio culturale è ora anche un’arma di divisione in contesti di conflitto attivo.
La fame di TikTok per contenuti sensazionali non si ferma alla promozione dell’odio: alimenta anche il business della tratta di esseri umani. In tutto il Nord Africa, i trafficanti hanno trovato un nuovo strumento per monetizzare la disperazione: costringono le famiglie delle vittime a raccogliere riscatti attraverso live su TikTok.
Le reti di trafficanti libici rapiscono migranti e chiedono riscatti di 10.000 dollari o più. Sapendo che molte famiglie non possono permettersi tali somme, intensificano la crudeltà inviando video espliciti di ostaggi torturati che supplicano per la loro vita. Le famiglie, senza alternative, si rivolgono a TikTok, trasmettendo il loro dolore nella speranza che le comunità della diaspora donino. Quello che potrebbero non sapere è che TikTok stesso sta traendo profitto dalla loro sofferenza, prendendo una commissione del 65% su ogni donazione.
Questo non è un vuoto normativo: è un modello di business. TikTok, ben consapevole che la sua piattaforma viene utilizzata come un mercato di riscatti, non ha fatto nulla per fermarlo. Permettendo ai trafficanti di usare le torture in diretta come meccanismo di raccolta fondi, TikTok non è solo un facilitatore, ma un complice.
In Cina, dove la società madre di TikTok, ByteDance, gestisce una versione domestica dell’app chiamata Douyin, rigide regole mantengono il contenuto sotto controllo. A differenza di TikTok, Douyin impone limiti di tempo per i teenager, vieta l’estremismo politico e monitora attentamente i contenuti. Ma questo livello di controllo è riservato solo agli utenti cinesi.
Fuori dalla Cina, TikTok opera con poca responsabilità. La sua espansione in Paesi con normative più deboli è stata un vantaggio per trafficanti, gruppi d’odio e chi trae profitto dal caos. La domanda è chiara: perché ByteDance offre un’esperienza più sicura e controllata agli utenti cinesi, mentre permette una versione pericolosa e senza regole per il resto del mondo? La risposta è semplice: profitto a ogni costo.
L’India ha già bandito TikTok. Gli Stati Uniti ne hanno limitato l’uso sui dispositivi governativi. L’Afghanistan, citando motivi morali, ha fatto lo stesso. Ma finché TikTok continuerà a operare senza le stesse tutele di Douyin, milioni di persone rimarranno a rischio.
Governi, leader tecnologici e società civile devono agire subito per limitare il ruolo di TikTok nella promozione dell’odio e della tratta. Ecco come:
TikTok non è solo un’app: è un impero digitale non regolamentato che prospera sulla divisione, la disperazione e lo sfruttamento. Se lasciato incontrollato, continuerà a essere uno strumento per violenza razziale e tratta di esseri umani, dove vite vengono scambiate per like e la sofferenza è monetizzata per l’engagement.
Il tempo dell’indifferenza è finito. TikTok deve adottare le stesse protezioni di Douyin, o affrontare lo stesso destino delle app bandite. La scelta è chiara: regolamentare o eliminare. Milioni di vite sono in bilico.
Il mondo deve decidere prima che la prossima diretta si trasformi in un’altra tragedia.
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