
Castel Volturno è uno di quei luoghi in cui l’immobilismo politico ha fatto danni importanti, ben visibili già dalle spiagge. L’erosione costiera nel tempo ha portato ad un avanzamento della linea di costa sempre più “aggressivo”, che quest’anno ha divorato diversi lidi e non solo nell’area di Destra Volturno e Marina di Bagnara. In un prossimo articolo vedremo nel dettaglio l’iter dei progetti e dei finanziamenti sull’erosione, ma la storia che vogliamo raccontarvi nel seguente approfondimento riguarda un recente incontro fatto dalla nostra redazione. Si tratta della conoscenza del team di Oceanus, Ente di Ricerca internazionale riconosciuto e organizzazione no-profit, che promuove e divulga la ricerca scientifica e la salvaguardia degli ecosistemi marini e della salute del Pianeta attraverso campagne di sensibilizzazione ambientale e “progetti innovativi che offrono nuove soluzioni a vecchi problemi”. Ebbene, proprio gli esperti di Oceanus si sono parecchio interessati alla dinamica di Castel Volturno, addirittura offrendo gratuitamente un progetto al comune per mitigare i rischi dell’erosione e proteggere gli ecosistemi marini del litorale.
A delinearci i motivi dell’interesse è stato Fabio Siniscalchi, ceo di Oceanus, che guida la sede del team a Salonicco. «La situazione di Castel Volturno dovrebbe essere oggetto di studi nazionali, perché è uno di quei posti dove l’evidenza la vede chiunque: la vede il tecnico, ma la vede pure chi va a mare con i figli ogni estate e si accorge, anno dopo anno, che la costa non c’è più», osserva Siniscalchi. «Lì è sparita una parte enorme di litorale alla foce del Volturno, parliamo di circa 700 metri, e questa sparizione comincia a essere evidente dal boom dell’edilizia italiana, dagli anni Cinquanta in poi. Quello che è successo lì ha una responsabilità umana chiarissima». Il cuore della questione, infatti, è tutto nella lunga stratificazione di errori che ha reso quel tratto di costa sempre più fragile. «A Castel Volturno si sono sommati più fattori», spiega. «L’urbanizzazione, prima di tutto. Poi la captazione dell’acqua del Volturno per fini agricoli e per altri usi: il fiume non porta più a valle i sedimenti come faceva una volta. A questo si aggiungono i prelievi di sabbia e inerti, il consumo di suolo, l’edificazione spesso disordinata. È la combinazione di questi elementi che ha portato a un danno così evidente». È una lettura netta, che mette insieme crisi climatica e responsabilità territoriali. Perché il collasso non nasce oggi. «La spiaggia, per sua natura, è un deposito mobile, è un organismo vivo che respira con il vento, con le correnti, con le mareggiate», sottolinea Siniscalchi. «Il problema è che oggi questo equilibrio si è spezzato. E quando arrivano cicloni o mareggiate sempre più violente, come è successo di recente sulle coste del Sud, colpiscono territori che erano già fragili prima. Castel Volturno è esattamente uno di questi casi».
Ma se l’analisi è oggettiva, la parte più interessante riguarda le soluzioni. Oceanus lavora da anni su sistemi alternativi alle tradizionali scogliere a pennello, ancora diffusissime lungo le coste italiane. E proprio qui Siniscalchi affonda il colpo contro un modello che considera ormai obsoleto. «Noi abbiamo studiato e realizzato sistemi che riproducono effetti che in natura esistono già», spiega. «C’è un effetto di smorzamento dell’onda, simile a quello della posidonia oceanica, una sorta di cuscino naturale. Si tratta di moduli soffolti che spezzano l’energia cinetica del moto ondoso: l’onda arriva a riva più scarica, con molta meno forza erosiva rispetto a quanto accadrebbe senza queste strutture». La differenza rispetto ai vecchi pennelli, nella visione di Oceanus, è radicale. «Le opere tradizionali vengono fatte con barriere rigide, orizzontali o perpendicolari alla costa, e creano un grande problema», dice Siniscalchi. «Quando le metti, finisci per creare due mari: un mare davanti e uno di dietro. Tra la barriera e la spiaggia si forma spesso una zona separata, con ristagno, scarsa circolazione, difficoltà anche sul piano della balneazione. È un meccanismo che conosciamo bene e che in tanti posti ha prodotto più guai che benefici».
Il riferimento è a un difetto strutturale di quelle opere: interrompono l’equilibrio idrodinamico, alterano la circolazione dell’acqua, modificano il trasporto dei sedimenti e spostano l’erosione altrove. «Spesso si ha la sensazione che il mare sia salito- aggiunge Siniscalchi – ma in realtà quelle strutture sprofondano anche per peso e cambiano completamente il comportamento della costa. Risolvono in apparenza un problema e ne aprono altri poco più in là». Da qui la proposta di Oceanus: sistemi totalmente sommersi, semipermeabili, pensati per dialogare con il mare. «I nostri sistemi non sono barriere statiche, non sono muri. Sono barriere semi-permeabili soffolte, che consentono lo scambio idrico, lasciano passare i sedimenti, favoriscono il ricambio dell’acqua e allo stesso tempo riducono la forza dell’onda. In più producono un effetto di rinaturalizzazione, perché diventano substrati vivi, capaci di accogliere biodiversità». È qui che la difesa costiera, nella proposta di Oceanus, smette di essere solo ingegneria e diventa anche rigenerazione ambientale. «Sui nostri sistemi registriamo livelli di biodiversità enormemente superiori – rivendica Siniscalchi – Parliamo di un incremento che in alcuni casi arriva quasi al 700 percento. Questo significa che non stai semplicemente difendendo una spiaggia: stai ricostruendo un ecosistema, stai riportando vita dove prima il mare era impoverito».
A sostegno di questa impostazione, Oceanus richiama alcune esperienze maturate negli anni in diversi contesti. «Noi non lavoriamo per commissione diretta», precisa Siniscalchi. «Partecipiamo a bandi europei, i progetti vengono valutati e finanziati se sono considerati validi. Oggi quei percorsi rientrano nei fondi FEAMPA. Non stiamo parlando di improvvisazione o di slogan, ma di lavoro portato avanti da vent’anni». Tra gli esempi citati c’è quello di Pisticci, indicato come un intervento piccolo ma dai risultati molto forti: «A Pisticci abbiamo raggiunto livelli di rigenerazione eccezionali. Su quei sistemi è tornata perfino l’ostrica mediterranea. E basta pensare che una sola ostrica è in grado di filtrare circa 200 litri d’acqua al giorno: è facile capire quale beneficio possa produrre, anche visivamente, sulla qualità del mare». Il ritorno della vita marina, aggiunge, non è rimasto confinato ai rilievi tecnici: «I pescatori ci raccontano di rivedere specie che da venti o trent’anni non comparivano più». Un altro caso richiamato da Siniscalchi è quello delle Isole Egadi, dove i sistemi Oceanus sono stati impiegati anche per contrastare la pesca a strascico. «In quell’intervento abbiamo avuto dati molto chiari: la Capitaneria ci segnalò una riduzione intorno al 90% dei passaggi», afferma. «Anche questo è un tema che riguarda Castel Volturno, dove il problema dello strascico sotto costa esiste ed è noto».
Una volta compreso l’approccio di Oceanus, torniamo alla vicenda legata a Castel Volturno. Oceanus già nel 2023 aveva inviato più pec al comune di Castel Volturno, all’attenzione dell’allora Assessore arch. Giuseppe Maisto. Nella mail il team si impegnava a donare al comune un progetto tecnico definitivo per la tutela del mare, con le soluzioni sopra descritte. Mai nessuna risposta è pervenuta dal comune. Nelle settimane scorse il tema dell’erosione è tornato al centro della discussione pubblica dopo la diffusione di fotografie impressionanti sullo stato di molte abitazioni lungo la costa, colpite dalle mareggiate invernali. Proprio partendo da quelle immagini, nelle passate settimane Oceanus ha ricordato in un post Facebook di aver già offerto gratuitamente al comune la propria progettualità. Ma da lì, racconta Siniscalchi, non si è andati oltre il rumore dei social. «Noi non abbiamo nulla contro il sindaco Marrandino», chiarisce. «Anzi, abbiamo offerto collaborazione gratuita, più di questo non si poteva fare. Dopo quel post si è alzata una levata di scudi sui social, come se il problema fosse difendere qualcuno invece di affrontare il merito. Lo stesso sindaco è intervenuto nei commenti; io gli ho scritto in privato, con rispetto, per ricordargli che un’interlocuzione c’era già stata. Mi è stato risposto che il problema era su Destra Volturno, e io ho detto che eravamo pronti a ragionare anche su quel versante. Ma ad oggi non c’è nulla di concreto».
Oceanus viene di nuovo ignorata, stavolta da un’amministrazione diversa. «Speriamo che la nuova giunta capisca che i FEAMPA sono lo strumento finanziario dedicato a questo problema», conclude Fabio Siniscalchi. Eppure, proprio Castel Volturno, per la sua drammaticità, potrebbe rovesciare la narrazione. Potrebbe diventare il luogo in cui la Blue Economy smette di essere una formula da convegno e si traduce in una strategia concreta di rigenerazione. «Castel Volturno non deve più essere l’emblema del degrado ambientale e della vulnerabilità insediativa. Può diventare il laboratorio dove si dimostra che la difesa della costa non si fa con opere che violentano il mare, ma con sistemi che lavorano in armonia con l’ecosistema. Quello di Castel Volturno non è un destino inevitabile», conclude Siniscalchi. «È il risultato di quello che l’uomo ha fatto su quel territorio. E se il danno è stato prodotto dall’uomo, allora l’uomo ha anche il dovere di mitigarne gli effetti con intelligenza, visione e responsabilità»
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