
Questo mese tralasciamo momentaneamente il cruciale tema dei rifiuti per provare a fare qualche generale considerazione su un argomento “criminale” che potrebbe essere definito come una delle madri di tutti i mali della nostra società contemporanea e non solo: il commercio degli stupefacenti. Con l’espressione “commercio di stupefacenti”, usiamo una dizione volutamente ampia per abbracciare, se possibile, un fenomeno che ruota essenzialmente sulla compravendita di una merce particolare, da tempo vietata: la droga.
Come molti commerci oggetto di divieto (si pensi solo a titolo di esempio alla prostituzione che vede la commercializzazione del corpo), si tratta di un’attività che non conosce grosse crisi; che è sempre fiorente e che consente – anche nei periodi di difficoltà economica – a tutti gli operatori della filiera di realizzare guadagni importanti, per cui è un fenomeno che difficilmente potrà essere debellato definitivamente ma forse solo seriamente contrastato.
Come la prostituzione o il contrabbando può conoscere fasi alterne, ma continua – come l’esperienza purtroppo insegna – ad avere ciclicamente ottimi risultati in termini di vendite. Forse è propiziato dalla depressione sociale dei nostri tempi (che spiegherebbe il consumo di droga da parte di giovanissimi e di soggetti ai margini della società) o dall’ansia di ottenere successo a tutti i costi (che spiegherebbe l’uso costante da parte di uomini e donne anche della classe dirigente), fattori questi che ne assicurano un costante successo, nelle più svariate espressioni: dal piccolo spacciatore di quartiere, che spesso si muove anche a piedi, in bicicletta o più modernamente con monopattini o scooter elettrici, al commercio più articolato e sistematico delle cosiddette “piazze di spaccio”.
A ciò si lega poi la circostanza che esistono sul mercato cataloghi sempre più assortiti di sostanze droganti disponibili, con il risultato che siamo di fronte davvero a una piaga che spesso non suscita – anche nella società civile – il giusto ripudio come dovrebbe. Forse un po’ perché molti (anche insospettabili) ne sono assuntori e un po’ perché talora non si percepiscono chiaramente i catastrofici effetti negativi che questo mercato reca con sé. Si potrebbe essere portati a trascurare o, quantomeno, a restare indifferenti al fenomeno (anche nell’errata percezione che la stessa consente a molti di sopravvivere guadagnando qualcosa), ma così si è ignari dei potentissimi effetti mortiferi che scaturiscono da questo commercio.
Anzitutto per la salute che è, infatti, il principale bene giuridico protetto dalle norme penali che vietano il commercio degli stupefacenti. Quante persone (tra giovani e non) sono rimasti devastati dall’assunzione di droga, accettando talora di trasformarsi da assuntori in spacciatori pur di continuare ad assumerla? Ma oltre all’effetto di lesione per la salute pubblica (il sistema sanitario sopporta costi ingenti per curare e assicurare assistenza ai tossicodipendenti), vi è il potentissimo effetto di generare una spirale perversa di altri reati.
Si pensi al giovane tossicodipendente che maltratta e perseguita il nucleo familiare per procurarsi il denaro; a quelli che commettono furti e rapine per acquistare droga; a chi si prostituisce per procurarsela. Si pensi poi al fatto che, trattandosi di attività spesso lucrosissima, specie se gestita a certi livelli, riconduce direttamente al riciclaggio del denaro così guadagnato (quante attività commerciali vengono rilevate con i soldi della droga) e alle mafie che hanno un interesse mostruoso a controllarne il mercato. Chi ormai non è a conoscenza che si tratta di uno dei principali settori di investimento delle mafie in tutto il mondo? E oltre che alle mafie ricollega poi agli omicidi che si commettono per assicurarsi il predominio sulle piazze di spaccio o semplicemente sullo spaccio di quartiere. Conduce quindi a interminabili scie di sangue per il controllo del mercato della droga.
Per non parlare della mortificazione, dello stupro di interi territori dove sorgono le piazze di spaccio degli stupefacenti o dove semplicemente si spaccia per strada o a livello di quartiere. Spesso si tratta di luoghi già degradati, dimenticati, fuori dalla grazia della società, perché lì si può operare in tutta tranquillità (magari da detenuto ai domiciliari) senza essere osservati dalle forze dell’ordine, ma per un perverso effetto moltiplicatore, questi luoghi finiscono con il cadere totalmente nell’abisso, perché vengono squalificati, sporcati da questa attività. Insomma, si tratta di un vero proprio “cimitero della legalità”, dove trovano sepoltura tutti i sogni di riscatto e i progetti di risollevare un territorio.
Se non si affronta seriamente questo problema, se non si dà vita a un’autentica opera di contrasto alle diverse forme di questo terribile flagello (come insegnano Caivano, Scampia e, ahi noi, il litorale Domizio dove sembrano esservi floride e contese piazze di spaccio), ogni tentativo di concentrarsi su forme di legalità “di contorno” è destinato miseramente a fallire. Se chiedessero cosa farei se fossi un coscienzioso dirigente della sicurezza pubblica, punterei moltissimo sul contrasto agli stupefacenti adoperando tutti gli strumenti sia preventivi che repressivi, che l’ordinamento predispone per l’offensiva al fenomeno criminoso.
Metterei in campo, ad esempio, il formidabile impianto delle misure di prevenzione (personali e patrimoniali) prima di occuparmi della repressione; controllerei di più il territorio con l’ausilio di dispositivi elettronici; mi avvarrei anche del contributo informativo dei cittadini che sono gli occhi e le orecchie del territorio; esplorerei le piste informative più varie: ascolterei insomma il territorio, perché vincere questa battaglia o semplicemente combatterla bene consentirebbe di avere buone possibilità di vincere anche la guerra, mai conclusasi, contro le mafie.
di Francesco Balato
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