
Qualche anno fa, in un suo spettacolo, Tato Russo diceva: “Nun se po’ fa’ chiu’ chistu mestier”. Decidere di fare l’attore si sa, di questi tempi, è davvero una cosa molto difficile, soprattutto se sei giovane. In un mondo in cui c’è tanto marcio, ci sono però altrettanti attori emergenti che ci credono e che hanno ancora tanta voglia di fare e di rompere quei preconcetti che sono fin troppo radicati.
La grinta, la passione e la voglia di fare sono le forze motrici di questi talenti. Carlo Di Maro è un attore, diplomato lo scorso anno presso la Bellini Teatro Factory, che ci ha raccontato i suoi già importanti traguardi, i progetti futuri, ma soprattutto come un giovane professionista si affaccia al teatro in questi tempi così disillusi.

«La mia passione nasce da piccolo, all’età di nove anni circa. Inizialmente con il cinema, poi con il teatro, la danza, il pianoforte, il doppiaggio e con il canto, ho cercato di contaminarmi con tutte le forme d’arte: ero molto assetato e curioso. Tutto questo parallelamente ai miei studi, dalle medie al liceo.
È iniziato tutto per gioco, poi molti mi dicevano che avrei potuto farlo per professione e quindi ho iniziato a pensarci seriamente. Poi, però, c’è stato un periodo dai 17 ai 22 anni in cui mi sono bloccato per questioni personali e all’età di 23 anni ho iniziato l’Accademia al Teatro Bellini».

«Noi siamo il triennio del periodo della pandemia e unire covid con l’Accademia è stato molto complesso: su zoom facevamo la maggior parte delle lezioni. Nonostante la distanza, siamo riusciti a fare quel che potevamo, ricevendo davvero tanto dai nostri docenti, anche attraverso uno schermo».
«Una cosa bellissima che fa il Teatro Bellini è che dà a tutti i ragazzi la possibilità di andare in scena. Già al Napoli Teatro Festival, nel 2020, siamo andati in scena con il Progetto “In erba” al Giardino Romantico che era l’unione di due spettacoli “Mia madre non capisce” e “Purpacci – Quelli che non saranno”.
Poi c’è stata la possibilità di fare “La fidanzata” con Saponaro ed è stato lo spettacolo che più mi ha dato visibilità in assoluto: questo, per un giovane attore, è fondamentale.
In questa occasione ho conosciuto Giulio Baffi ed ho avuto l’occasione di fare, l’anno scorso, i “Racconti per ricominciare” in villa Campolieto ad Ercolano. Poi c’è stato il film “Amore Postatomico”, in cui sono l’antagonista, che è andato al Giffoni Film Festival, in co-produzione con Rai Cinema e dall’autunno dovrebbe andare in Rai.
Tutto questo fino all’estate del 2022, da settembre è ripartita poi la stagione al Bellini con “La cosa più rara”, “Opera Viva” e “Ardore”: in cui ho interpretato tre personaggi totalmente diversi. Poi, dopo “Ardore” c’è stata la consegna del diploma ed il giorno dopo sono stato chiamato dalla produzione per partire con in tournée con il “Don Juan in Soho” di Gabriele Russo: è stato un ruolo secondario, ma che mi ha aiutato molto.
Dopo la tournée, ho fatto il “Do not disturb” all’Hotel de Charme a via Chiaia a febbraio, sono stato fermo marzo e aprile per un’operazione e nel mese di maggio ho debuttato al Piccolo Bellini con “I Duellanti” di Mario Gelardi che abbiamo rifatto il 25 giugno alla Reggia di Portici e che sarà poi in stagione al Teatro Sannazzaro dal 15 al 17 dicembre 2023».

«È difficile soprattutto perché c’è tanta gente che si improvvisa attore/attrice, senza avere le competenze. Non si cerca più l’attore che interpreta un personaggio, ma una persona che nella vita è in un determinato modo e li inseriscono all’interno dei progetti: questo toglie tanto lavoro a noi attori. C’è una competizione, soprattutto nella mia fascia d’età dai 25 ai 32 anni, che arriva a livelli inenarrabili.
Non sono disilluso, credo molto nel mio mestiere e nel “sacro fuoco”: però di questo mestiere si deve campare. Nonostante siano stati fatti dei passettini in avanti per quanto riguarda i diritti (tra contratti e minime), non è semplice per un giovane attore addentrarsi in questo mondo.
A me quest’anno è andato bene, non so come mi andrà l’anno prossimo. Di certo questo non è l’unico mestiere in cui si lavora ad intermittenza, però questa è una scelta di vita che va al di là della passione.
Devi vivere davvero il “qui ed ora” perché pensare di fare prospetti futuri che non puoi controllare, è impossibile. Sei continuamente sotto giudizio, continuamente provini (quando te li lasciano fare) perché questa è una questione anche di opportunità.
In Italia vince ancora il provincialismo per cui se sei un nome, vai avanti; se non sono un nome, in qualche modo devi farmi diventare qualcuno, ma come faccio se non ho l’opportunità? Quindi, gli attori emergenti sono sempre snobbati.
A parte qualche produzione che dà la possibilità, a volte, di far emergere volti nuovi, tendenzialmente io, giovane attore, concorro con i “nomi”. Si “sfornano” all’anno, dalle accademie, centinaia di giovani, immersi in un mercato che è saturo».

Cosa ti fa continuare a resistere?
«Tutto questo marcio, mi mobilita ad agire, non a stare fermo. Il più grande motore è di certo l’amore per l’arte, non so stare senza, al di là di tutto».
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