
Alessandro Ciambrone non è solo un artista, è un provocatore di coscienze, uno che ha deciso di sporcarsi le mani – con i colori, certo, ma anche con le storie di chi si trova ai margini. Architetto, saggista, esperto di restauro e arte sacra, il suo lavoro si muove sempre in bilico tra la bellezza e la denuncia sociale.
Questa volta il suo palcoscenico è il carcere di Santa Maria Capua Vetere, un luogo noto per le sue ombre più che per la sua luce, teatro di episodi di violenza e soprusi che hanno fatto tremare l’opinione pubblica. Ma Ciambrone vuole riscrivere la narrativa. Con pennelli e vernici, sta preparando un murales destinato a entrare nel Guinness dei primati. Un’opera monumentale, che non si limita a colorare muri, ma che intende restituire dignità a chi quegli spazi li vive ogni giorno.
L’idea è semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: trasformare un luogo di dolore in un simbolo di speranza. Ciambrone non è nuovo a progetti del genere, ma questa volta la sfida è più ambiziosa che mai. Il murales sarà il più grande mai realizzato al mondo da una sola persona e, soprattutto, vedrà in seguito altri murales interni con la partecipazione attiva dei detenuti. Una collaborazione che sa di redenzione, ma anche di provocazione. Perché è facile parlare di riabilitazione, molto meno concedere reali opportunità di riscatto.
A sostenere l’iniziativa c’è Donatella Rotondo, la direttrice del carcere. Una figura chiave, che ha scelto di non rimanere impantanata nella burocrazia e nella rassegnazione, ma di dare un segnale forte.
«Con Alessandro avevamo già realizzato murales all’interno della casa circondariale, e parlando è venuta fuori l’idea di questo nuovo progetto. Il murales non è solo decorazione: è un modo per cambiare la percezione che il mondo esterno ha di questo luogo e, soprattutto, che i detenuti hanno di sè stessi. Ogni volta che però si propone qualcosa di innovativo, si alzano muri invisibili: burocrazia, scetticismo, paura di uscire dagli schemi. Ma è proprio questo il punto: il carcere non può essere solo un contenitore di corpi, deve diventare uno spazio di trasformazione», afferma la direttrice.
Il progetto di Ciambrone e l’impegno della direttrice Rotondo non sono solo una questione estetica, ma politica. Perché dietro ogni muro c’è una storia, e dietro ogni detenuto c’è un sistema che spesso non lascia vie d’uscita. Un murales non cambierà il mondo, ma può accendere una discussione, piantare un seme. E, a volte, è da un piccolo seme che nasce la rivoluzione.
«Un carcere è il luogo perfetto per dimostrare che l’arte può cambiare il mondo. Viviamo in una società che preferisce nascondere i problemi sotto il tappeto, far finta che non esistano. Il carcere è uno di quei problemi. Ma se smettiamo di guardarlo solo come un buco nero e iniziamo a trattarlo come un laboratorio sociale, possiamo trasformarlo in qualcosa di positivo. Il Guinness è un mezzo, non il fine. Serve a far parlare del progetto, della provincia e a rendere il tutto visibile. Ma quello che conta è il messaggio: il cambiamento è possibile, anche nei posti più impensabili» dice l’artista.
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