
Il Museo Madre rappresenta un organismo vivo che dialoga costantemente con la città di Napoli. Capire il Madre significa comprendere il rapporto, stratificato e talvolta contraddittorio, tra Napoli e il contemporaneo. Un legame che affonda le radici negli anni ’90, tra le piazze dell’arte e le stazioni della metropolitana trasformate in spazi estetici diffusi, fino ad arrivare alla fondazione del museo nel 2005 per volontà dell’allora governatore, e prima celeberrimo sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, con una politica culturale molto incentrata alla presenza dell’arte contemporanea sul territorio pubblico iniziata già negli anni’90, battezzata successivamente come il “rinascimento bassoliniano per le arti”.
Centrale in questo percorso è la collezione permanente. Dalla sala affrescata su due livelli da Francesco Clemente alla monumentale “Giuditta e Oloferne” di Richard Serra, fino alle installazioni di Rebecca Horn, la permanente costruisce un senso di appartenenza collettiva, diventando un manuale tridimensionale di arte contemporanea. Accanto a questa dimensione stabile, il Madre rinnova continuamente il proprio racconto attraverso le mostre temporanee, che oggi rappresentano il cuore pulsante della programmazione. Abbiamo parlato di tutto questo con la Direttrice Eva Elisa Fabbris.
«La considero la spina dorsale del museo. È ciò che crea un legame affettivo con il pubblico locale. Le opere sono patrimonio condiviso, non solo materiale ma anche simbolico. E per le scuole diventano uno strumento fondamentale: un luogo dove fare lezione dentro l’arte».
«Abbiamo diversi progetti in parallelo. “Gli Anni” è forse il più emblematico: un dispositivo espositivo che ricostruisce la storia dell’arte contemporanea a Napoli attraverso episodi, artisti e contesti. Non è una cronologia, ma una narrazione fatta di memorie condivise. L’idea è che le opere d’arte possano essere un antidoto alla perdita del tempo».
«Con il Premio Meridiana abbiamo voluto sostenere i giovani del Sud Italia. Si tratta di creare contesti di ricerca. Abbiamo chiesto a curatori di costruire progetti con tre artisti, attivando relazioni e nuove comunità. È un modo per generare futuro, non solo visibilità». Un’altra mostra importante è la retrospettiva di Uri Aran. Che tipo di percorso «È una mostra molto emotiva, che mette in discussione il linguaggio e la sua capacità di trasmettere davvero le emozioni. È un tema profondamente politico, anche se non in modo esplicito. L’arte qui diventa uno spazio di dubbio, più che di risposta».
«È una mostra molto emotiva, che mette in discussione il linguaggio e la sua capacità di trasmettere davvero le emozioni. È un tema profondamente politico, anche se non in modo esplicito. L’arte qui diventa uno spazio di dubbio, più che di risposta».
«Quando sono arrivata, nella collezione permanente c’era una sola artista donna. Mi è sembrato un problema enorme, soprattutto pensando alle studentesse. Da lì è nata la volontà di dare spazio a una linguistica femminile, come nelle mostre dedicate a Kazuko Miyamoto e Tomaso Binga. L’arte deve offrire possibilità di identificazione».
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