
È stato assegnato nella mattinata del 10 ottobre il Premio Nobel per la Letteratura, che va alla scrittrice sudcoreana Han Kang. È la prima della sua nazione a vincere il più importante riconoscimento del settore. Una vittoria a sorpresa, considerati i nomi che circolavano in questi giorni, da Murakami a Rushdie. Classe 1970, ha al suo attivo almeno otto romanzi, di cui solo una piccolissima parte tradotti in Italia, una raccolta di poesie e racconti. Questa la motivazione: «Per la sua intensa prosa poetica che mette a confronto i traumi storici con la fragilità della vita umana».
Han Kang è una di quelle autrici e di quegli autori che, pur avendo vinto il massimo riconoscimento in ambito letterario, nel nostro Paese sono ancora poco conosciuti. È stato il caso di Jon Fosse, grande poeta e narratore norvegese che in Italia è appena in corso di traduzione, con pochissime opere attualmente disponibili. Non è troppo dissimile la situazione della Han, che al momento vede pubblicati, da Adelphi, appena tre dei suoi romanzi e una raccolta di racconti. Tra questi La Vegetariana, vincitrice del Man Book Prize, e Atti Umani, vincitore del premio Malaparte. Ultimo uscito, e di grande successo in Italia, L’ora di greco, una grande storia sull’incomunicabilità e l’importanza delle parole.
Di prossima uscita è il suo ultimo romanzo, Non dico addio, già uscito tre anni fa in traduzione inglese. Ricordiamo, al proposito, che l’opera di traduzione dell’opera di Han Kang in Italia è estremamente lenta: La Vegetariana ha dovuto aspettare 9 anni, L’ora di greco addirittura 13. L’opera di Han Kang è caratterizzata da una forte introspezione personale, sempre intrecciata con eventi storici traumatici per la Corea. La vicenda umana è raccontata nei suoi aspetti più miserevoli e a volte crudi, con una forte attenzione per il rapporto tra dimensione psicologica e potere. L’importanza della parola come forma d’amore è un tema portante della sua opera, espresso anche a livello stilistico. La sua scrittura è estremamente evocativa, lirica e quasi magica nella sua complessità antinovecentesca, che collide con la durezza dei temi trattati. Si crea così un impasto estremamente personale, che ben giustifica la scelta della commissione dell’Accademia Reale. Un Nobel meritato per un’autrice che merita di essere maggiormente letta e apprezzata nel nostro Paese.
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