
In un clima di riarmo totale, l’Unione Europea sembra oramai mettere da parte etica e buon senso: nel nuovo piano di riarmo europeo, chiamato “ReArm Europe”, da 800 miliardi di euro, non sono vietate esplicitamente le mine anti-uomo.
Tra marzo e fine giugno 2025 gli Stati baltici, la Finlandia, la Polonia e l’Ucraina hanno dichiarato di aver avviato le procedure per uscire dalla convenzione di Ottawa del 1997-1999. Questo accordo tra paesi sanciva il divieto di uso, stoccaggio, produzione e vendita di mine anti-uomo. Fu firmato da 164 paesi e fu ignorato dagli USA, dalla Cina e dalla Russia.

La motivazione della ritirata dalla convenzione di questi paesi è la minaccia russa: la contingenza della guerra in Ucraina e le mosse di Mosca hanno portato i vari governi dei paesi circostanti, spinti da paura e prevenzione, ad agire contro etica e buon senso. Queste mine, infatti, sono armi che colpiscono indiscriminatamente chi capita nel luogo sbagliato e secondo Landmine and Cluster Munition, un ente di ricerca autonomo, nell’84% dei casi le vittime sono civili. Dunque, il paradosso è chiaro: armi poco efficaci dal punto di vista militare ed estremamente pericolose per i civili, ma che continuano ad essere utilizzate e finanziate.
L’Unione Europea, d’altro canto, non è da meno rispetto ai paesi confinanti con la Russia. Dopo l’innalzamento della percentuale dedicata alle spese militari del PIL di ogni paese membro della NATO, l’accordo con Trump sui dazi e sugli investimenti militari verso gli USA dal valore di 600 miliardi di dollari, l’Unione Europea ha predisposto un piano di riarmo fino a 800 miliardi di euro senza, però, escludere la possibilità di produrre, acquistare o vendere mine anti-uomo.
Tutto ciò è risultato della paura generale scatenata dalla guerra, della giustificazione del Parlamento Europeo del ritiro di alcuni stati membri dal trattato di Ottawa e del clima generale di corsa al riarmo che si respira da anni, ma da mesi in maniera ancora più concitata, in Europa e in tutto il mondo.
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