
Da São Paulo, dove mi trovo in questi giorni, il blackout non è solo un’interruzione di corrente: è una metafora potente del tempo che viviamo. Una metropoli di oltre dodici milioni di abitanti, governata da un’unica “prefeitura” e servita da uno dei più grandi operatori energetici globali, si spegne periodicamente sotto il peso di eventi climatici ormai prevedibili. Ed è proprio qui che emerge il paradosso metropolitano dell’epoca globale.
In Italia, il giornalista Giovanni F. Russo ha sintetizzato la crisi amministrativa di Giugliano con una frase destinata a restare: «Giugliano non esiste più». Non per provocazione, ma per realismo. La città, come molte periferie italiane, è ormai parte di un continuum urbano che ha superato da tempo i confini amministrativi tradizionali. Servizi, mobilità, infrastrutture e vita quotidiana funzionano su scala metropolitana, mentre le istituzioni restano ancorate a schemi frammentati.
São Paulo sembrerebbe l’opposto di questo modello. È una megalopoli governata in modo unitario, con poteri concentrati e una filiera decisionale teoricamente più semplice. Eppure, i problemi che emergono sono sorprendentemente simili: scarsa manutenzione, reti fragili, incapacità di prevenire e assorbire gli shock climatici.
Secondo quanto riportato dalla stampa brasiliana, in particolare da Poder360, il Ministero Pubblico presso il Tribunal de Contas da União (MP‑TCU) ha recentemente messo in discussione la possibile proroga della concessione di Enel per la distribuzione elettrica a São Paulo. Il motivo non è un singolo evento, ma una serie di blackout ricorrenti che hanno colpito milioni di utenti, sollevando dubbi sulla qualità del servizio e sulla capacità di adattamento dell’infrastruttura.
Come ha scritto il giornalista Leonardo Sakamoto, «il blackout non è un fenomeno naturale, è abbandono». Le piogge intense e i temporali non sono più eccezioni: sono parte di un nuovo clima urbano. Continuare a trattarli come imprevisti significa accettare implicitamente il collasso periodico dei servizi.
Ed è qui che il confronto tra Italia e Brasile diventa illuminante. Giugliano mostra il fallimento della frammentazione amministrativa; São Paulo mostra i limiti della centralizzazione. Due modelli opposti, stesso risultato. Il problema, quindi, non è semplicemente la forma della governance, ma la sua inadeguatezza storica.
Lo Stato moderno è nato per amministrare la stabilità. Le città globali, invece, vivono nell’instabilità: climatica, sociale, economica, tecnologica. Le sovrastrutture politiche si muovono più lentamente della vita che dovrebbero governare. Questo scarto produce il paradosso metropolitano: più la città è grande e centrale, più diventa vulnerabile.
Non esistono soluzioni semplici o universali, ma alcune direzioni appaiono ormai inevitabili. In primo luogo, la manutenzione deve diventare un atto politico centrale, non una voce tecnica marginale. Investire nella resilienza delle infrastrutture significa prevenire crisi sociali, economiche e sanitarie.
In secondo luogo, i rapporti tra pubblico e privato devono essere ripensati. Affidare servizi essenziali a grandi concessionari non può tradursi in una deresponsabilizzazione dello Stato. Servono contratti, controlli e sanzioni pensati per un’epoca di eventi estremi, non per la normalità del passato.
Infine, la governance metropolitana deve essere intesa non solo come assetto amministrativo, ma come capacità continua di adattamento. Non basta accentrare o frammentare: occorre rendere le istituzioni più rapide, competenti e responsabili rispetto alla complessità urbana.
Da São Paulo alle periferie italiane, il messaggio è lo stesso: il blackout non è un incidente, ma un segnale. Se le città globali sono il cuore del mondo contemporaneo, allora la loro fragilità è il problema politico più urgente del nostro tempo. Riconoscere il paradosso metropolitano è il primo passo per non continuare a spegnere il futuro.
di Bruno Marfé
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