
Nel giugno del 1995, un Decreto del Presidente della Repubblica istituiva cinque nuovi parchi nazionali in Italia: il Cilento, la Majella, il Gargano, il Pollino e, tra questi, il Parco Nazionale del Vesuvio. Un vulcano attivo, densamente abitato, ferito da decenni di abusi, diventava area protetta. Una decisione tanto simbolica quanto audace. Non un omaggio alla maestà della natura, ma un atto politico. E morale.
Oggi il Vesuvio non è soltanto un cratere da cartolina o un pericolo geologico. È un luogo in cui legalità e ambiente hanno imparato a camminare insieme. Perché, come racconta Pasquale Raia, responsabile delle aree protette del Parco, «il Vesuvio non fu incluso tra le aree protette per il suo valore naturale, ma perché era stato aggredito come pochi altri territori in Italia».
Negli anni ’80 e ’90, il Vesuvio era diventato l’emblema di una devastazione silenziosa. Le cave aperte per estrarre lapilli e pomici servivano non all’edilizia legale, ma all’abusivismo più sfacciato. I crateri dismessi venivano colmati con rifiuti tossici e materiali di scarto, senza alcun controllo, fino a far arrivare «la puzza delle discariche fino all’attuale sede dell’Ente Parco», ricorda Raia. Nel 1993, dopo pressioni di associazioni e cittadini, si riuscì a chiudere le ultime discariche abusive. Ma fu il DPR del 1995 a sancire lo «stop definitivo a un sistema che aveva distrutto il territorio». Il Parco nacque così. Non per mera tutela della biodiversità, ma per restituire dignità e legalità a una terra dimenticata. In Italia, spesso, prima della bellezza viene la giustizia.
«I primi anni dopo il ’95 sono stati durissimi», ammette Raia. L’istituzione del Parco fu vissuta da molti — imprenditori, speculatori, persino alcuni amministratori locali — come una minaccia. Nacque così uno scontro che non era solo urbanistico, ma culturale. «Abbiamo iniziato ad abbattere gli abusi più eclatanti, perfino costruzioni sulle lave stesse del vulcano. Abbiamo chiuso tutte le cave presenti nel Parco. E lo abbiamo fatto consapevoli di camminare su un filo sottile». Una battaglia, certo. Ma anche un progetto: il piano del Parco prevedeva il risanamento dei siti più compromessi, la riconversione degli spazi, la restituzione del territorio ai suoi legittimi custodi — i cittadini. E quando le parole non bastano, parlano i simboli: la sede del Parco, oggi, è ospitata nel Palazzo Mediceo, bene confiscato alla camorra. Un altro edificio, anch’esso sottratto alla criminalità, è diventato un centro visite e osservatorio della legalità. «Volevamo – dice Raia – un percorso chiaro, inequivocabile. Volevamo che il Parco parlasse anche con la memoria».
Il Parco non è soltanto conservazione. È educazione. Negli ultimi quindici anni, migliaia di studenti dei tredici Comuni dell’area protetta sono stati coinvolti in progetti scolastici, incontri, campagne di sensibilizzazione. Grazie anche al supporto di Legambiente, sono stati organizzati campi di volontariato internazionali, dedicati al tema ambiente e legalità, con giovani provenienti da tutto il mondo. Dai frutteti riqualificati alle vigne tornate a produrre, fino alla rete di sentieri oggi percorsa da migliaia di escursionisti ogni anno: il Parco è diventato un laboratorio di speranza.
Nonostante i successi, il Parco rimane un luogo complesso. «Siamo in un’area fortemente antropizzata», spiega Raia. «Il percorso è ancora lungo. C’è bisogno di consapevolezza e di una forte presa di coscienza da parte di chi abita questo territorio». Un punto dolente riguarda proprio i Comuni del Parco, spesso assenti nella gestione e nello sviluppo dell’area protetta. «Senza la loro partecipazione attiva, le future attività saranno compromesse. Serve un impegno concreto, lontano da logiche di condono o di tolleranza dell’abusivismo. Solo così possiamo salvaguardare un patrimonio unico al mondo».
Oggi il Parco Nazionale del Vesuvio è una risposta civile a decenni di soprusi. È memoria viva delle lotte per la legalità, una sfida per il futuro. «Il Vesuvio è il più pericoloso e il meno conosciuto», dice Raia. Ma conoscerlo non significa solo visitarlo. Significa capirlo, proteggerlo, raccontarlo. Trent’anni dopo, il Parco non è solo un confine su una mappa. È una storia da continuare a scrivere.
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