
Ora è ufficiale, o quasi: Roberto Fico sarà il candidato del centrosinistra in Campania alle prossime elezioni regionali, che dovrebbero tenersi a metà novembre. Una partita a scacchi all’interno del cosiddetto campo largo, ma soprattutto nelle stanze degli ambienti Pd, iniziata diversi mesi fa e che si è conclusa soltanto da poche ore, quando è arrivato il via libera per l’ex Presidente della Camera. Tutti d’accordo e contenti, eccetto gli iscritti ai partiti, traditi da figure politiche che avevano promesso di “cambiare le cose”: felice la famiglia De Luca, che dopo l’uscita di scena, almeno sulla carta, della figura senior Vincenzo, ha sondato a lungo la strada che porterà il primogenito Piero a ricoprire la carica di segretario regionale del Pd. Un po’ meno la segretaria nazionale Elly Schlein, che ha preferito puntare su una coalizione “unita e compatta”, accettando il compromesso (o ricatto) deluchiano per evitare brutte sorprese alle urne. D’accordo anche gli esponenti di primo rango del Pd, come Sandro Ruotolo e Marco Sarracino, da sempre contrari al terzo mandato De Luca, che però hanno ricevuto garanzie sulle federazioni provinciali di Napoli e Caserta. Tra i più contenti c’è il M5S, di cui Fico è da sempre esponente, che torna a candidare un uomo delle sue fila per una regione. Un patto che si ispira alle logiche del mercato; un partito, il Pd, che si trasforma nel PdG, il Partito delle Garanzie.
Come già ribadito, teoricamente la storia di Vincenzo De Luca governatore della Campania dovrebbe concludersi con il voto autunnale, ma molto probabilmente non sarà così. Suo figlio Piero si prepara ad essere l’unico candidato per il congresso campano del Pd, che dovrebbe tenersi tra il 25 e il 28 settembre. Una corsa contro nessuno, un congresso che si prepara ad essere più una convention, durante la quale gli iscritti del partito avranno a disposizione un’unica casella da sbarrare. Ricoprire la carica di segretario regionale significa avere voce in capitolo sulle decisioni inerenti alle liste e ai candidati per le elezioni di novembre, una voce che sarà in realtà quella di papà Vincenzo. Non è da escludere che quest’ultimo potrà avere potere decisionale anche su progetti e programmi portati avanti fino ad oggi, come ribadito da lui stesso durante alcune recenti interviste. Insomma, il capitolo De Luca in Campania è destinato a durare ancora, almeno per i prossimi cinque anni.
Poltrone, interessi personali, compromessi che fanno storcere il naso a chi ha creduto che con l’insediamento della segretaria Pd Elly Schlein, avvenuto nel marzo del 2023, le logiche e la linea che sorreggono il partito potessero davvero cambiare. Non è trascorso molto tempo, quindi non è affatto difficile per i lettori ricordare quale fosse il cavallo di battaglia della leader dem, i cosiddetti Gazebo, all’interno dei quali “il popolo e gli iscritti avrebbero avuto la meglio rispetto alla struttura dei vecchi apparati di potere”. Cos’è rimasto da allora? Praticamente nulla. Perché con l’ultimo patto stilato con i De Luca e con gli esponenti dell’area di sinistra del partito, Schlein ha preferito dare priorità ad una probabile vittoria alle Regionali rispetto alla volontà di quello stesso elettorato che nelle ultime ore ha bersagliato di critiche non solo la leader del Nazareno, ma soprattutto Sandro Ruotolo e Marco Sarracino, diventati punti di riferimento per i tesserati più giovani e gli universitari. La scelta di aprire le porte del congresso regionale a De Luca junior ha fatto in modo che il Pd si trasformasse in quello che ci piace chiamare Partito delle Garanzie, viste e considerate le promesse ricevute per le province di Napoli e Caserta. È difficile oggi mettersi nei panni di uno storico elettore del Pd, costretto a difendere una forza politica che non si sa più cosa rappresenti. Sicuramente potere e convenienza.
Arriviamo al M5S, che da movimento ha superato il 30% a livello nazionale alle politiche del 2018, mentre da partito ha più che dimezzato i suoi consensi. Fico candidato in Campania potrebbe rappresentare un punto di svolta? Forse sì, almeno dal punto di vista governativo e seguendo il profumo del potere, visto che Giuseppe Conte al momento non ha nessuna regione in mano, eccetto la Sardegna, ma conosciamo bene gli avvenimenti e i fatti che hanno interessato la governatrice Todde. È possibile, dunque, che il partito possa riguadagnare una percentuale di consensi persa negli ultimi anni? Potrebbe succedere, ma è solo questo quello che interessa al partito? Se la risposta alla domanda dovesse essere sì, sarebbe un’ulteriore sconfitta per gli iscritti.
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