
La Campania ha un immenso patrimonio storico, archeologico, naturalistico e culturale. Da qui l’idea di un Inventario del Patrimonio Immateriale della Campania (IPIC), curato da Scabec, la società della Regione Campania nata per valorizzare, per l’appunto, il patrimonio culturale. Informare ha incontrato Giuseppe Ariano, Direttore Marketing e Comunicazione di Scabec, per approfondire l’iniziativa.
«Per patrimonio culturale immateriale si intendono le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il saper fare, gli usi sociali, i riti e momenti festivi collettivi, anche di carattere religioso. A questo si aggiungono pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati che le comunità riconoscono come parte del patrimonio culturale, trasmettendoli di generazione in generazione. Questi sono costantemente ricreati in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia in quanto senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività».
«La Regione Campania ha istituito l‘IPIC proprio per catalogare il patrimonio culturale immateriale e le pratiche connesse alle tradizioni, alle conoscenze, ai saper fare della comunità campana, così come definite dalla Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (2003). Oltre a contributi scientifici di autorevoli addetti ai lavori, il catalogo contiene schede informative di 124 elementi culturali appartenenti alle quattro categorie: quella agro-alimentare, come la coltivazione del Falerno; quella delle celebrazioni, come i Gigli di Barra, il Carnevale di Montemarano, la Madonna delle Galline di Pagani; quella delle espressioni, come la canzone classica napoletana, la maschera di Pulcinella, la Zeza di Bellini; quella dei saperi, come la pratica artistica dell’intarsio sorrentino e l’Infiorata di Cusano Mutri».
«I soggetti richiedenti l’iscrizione di un elemento culturale nell’IPIC devono dimostrare la storicità dell’elemento culturale, la cui pratica deve essere attestata almeno nei 50 anni precedenti la richiesta di iscrizione, la persistenza di valori sociali e significati culturali correlati al valore identitario dell’elemento culturale, la persistenza di momenti di trasmissione formale e informale, il coinvolgimento delle giovani generazioni, il rispetto della parità di genere nell’accesso all’elemento culturale e la partecipazione attiva della comunità di riferimento nella messa in atto di azioni di salvaguardia e valorizzazione dell’elemento culturale. L’istituzione dell’Inventario è un’azione di salvaguardia e valorizzazione dei fondamenti culturali della Regione che altrimenti rischiano di andare dimenticati e dispersi. L’inventario è uno strumento per preservare la vitalità del patrimonio culturale immateriale e sostenere quei soggetti, pubblici o privati, che partecipano attivamente alla sua valorizzazione e gestione, ma senza scopo di lucro. Ogni comunità può presentare un massimo di 3 candidature. Il 31 gennaio 2025 scadranno i termini per la presentazione delle candidature per l’iscrizione di elementi culturali immateriali campani all’IPIC per l’annualità 2024».
«L’IPIC è promosso innanzitutto con la Rassegna del Patrimonio Immateriale della Campania: un evento per conoscere, attraverso stand espositivi, dibattiti, incontri, laboratori, dimostrazioni e degustazioni, non solo il patrimonio culturale immateriale campano ma anche le pratiche tradizionali connesse ai saperi (produzioni artistiche e artigianali), alle celebrazioni (riti e feste), alle espressioni (musiche, mezzi espressivi, performance artistiche) e alla cultura agro-alimentare (pratiche rurali, gastronomiche ed enologiche, feste e sagre) che rendono la Campania una regione unica al mondo. Alla rassegna partecipano scuole, attraverso laboratori e masterclass, comuni, associazioni ed enti promotori degli elementi culturali».
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