
Se di Alfonso Maria de’ Liguori, insigne avvocato partenopeo, musicista, religioso e vescovo, si dice che sia stato «il più santo dei napoletani e il più napoletano dei santi»; a Francesco di Assisi si potrebbe attribuire, parafrasandola, la stessa massima: «il più santo degli italiani e il più italiano dei santi».
La Chiesa celebra i santi nel loro dies natalis, il giorno della “nascita al cielo”, e l’anno prossimo, il 3 ottobre, ricorrono 1.000 anni dalla morte del poverello d’Assisi, «del giullare di Dio, del mistico, del fondatore dell’Ordine dei Francescani, dell’inventore della poesia in lingua italiana, di colui che con la scelta della povertà e la provocazione della pace sfidò la Chiesa del suo tempo e sovvertì il mondo, dell’antesignano dell’ecologia». E la politica scende in campo per ripristinare la festa nazionale del 4 ottobre, soppressa nel 1977 per razionalizzare il calendario e ridurre l’impatto negativo sul sistema produttivo. Un provvedimento, quello di questi giorni, proposto dai parlamentari di Fratelli d’Italia e Noi Moderati ma votato con una larghissima maggioranza.
San Francesco mette d’accordo tutti. Ma perché? Forse la sua figura risponde a molte esigenze della società contemporanea. Al bisogno di pace anzitutto, in un tempo nel quale il mondo – chi lo avrebbe mai pensato – vive una profonda crisi globale. Benedetto XVI nel 2009, con l’enciclica Caritas in veritate, aveva invitato ad “organizzare” la globalizzazione della carità, un appello inascoltato se oggi l’umanità vive una vera e propria “globalizzazione della guerra”, quella che il suo successore Francesco definiva «guerra mondiale a pezzi». La pace è la “parola d’ordine” del santo di Assisi. Il saluto, che i suoi frati ancora oggi si scambiano, era «pace e bene».
E proprio l’esperienza della guerra che Francesco fece da giovane – prese le armi per la ghibellina Assisi contro Perugia la guelfa – aprì in lui la breccia della conversione, la compassione per i piccoli del mondo, quella febbre d’amore che lo porterà a predicare la fratellanza verso ogni creatura, senza nessuna distinzione né esclusione. Da questa scoperta discende tutto il resto: se Dio è uno per tutti e se tutti siamo suoi figli, la pace, la solidarietà, la compassione, la condivisione, il dialogo tra culture e religioni, il rispetto per ogni forma di vita e di creatura diventano conseguenze naturali. Questi valori rimarrebbero tali ed universali anche «etsi Deus non daretur», anche se Dio non ci fosse, in forza del diritto naturale. Forse per questo motivo il Giullare di Dio – così era chiamato Francesco di Assisi – mette d’accordo la destra di “Dio, Patria e famiglia” e la sinistra comunista. Ma interroga quella politica che col poverello di Assisi ha poco a che spartire, lui che parlava di pace, di rispetto della diversità, di integrazione tra culture e religioni diverse.
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