
Il Pnrr va bene solo sulla carta, e la realtà è che siamo indietro su quasi tutto ciò che conta davvero. Mentre il governo sbandiera successi legati a scadenze rispettate e miliardi incassati, le opere pubbliche restano un lontane e il tanto sognato rilancio del Pil sembra un’illusione. Qualcosa non torna, e le scuse non mancano: la burocrazia, le “modifiche concordate”, le riforme a metà. Ma davvero possiamo accontentarci di un piano che si perde anziché incidere sulla realtà?
Non solo investimenti. Il Pnrr prometteva anche riforme, come la riduzione della durata dei processi civili del 40%. A oggi, la riduzione c’è stata, ma molto meno marcata di quanto ci si aspettasse. È l’ennesimo esempio di obiettivi sbandierati come successi, quando in realtà il traguardo è ancora lontano. Lo stesso vale per il Pil: il Pnrr avrebbe dovuto far decollare la crescita economica italiana al 2%, ma siamo inchiodati a uno 0,6% anemico, con un timido 0,8% previsto per il 2024 (e solo grazie a qualche giorno lavorativo in più). Un fallimento camuffato dietro grafici e slogan.
Se il metro di giudizio fosse il rispetto delle procedure burocratiche, allora sì, potremmo considerarci i veri campioni europei. Dal 2021, l’Italia ha incassato ben 122 miliardi di euro, il 63% della dotazione totale, e recentemente ha ottenuto altri 8,7 miliardi grazie a 39 obiettivi “raggiunti”. Ma facciamo attenzione: queste scadenze riguardano quasi esclusivamente passaggi procedurali, non il completamento delle opere. È un po’ come consegnare tutti i documenti per un mutuo senza mai iniziare a costruire la casa.
Mentre i soldi entrano, le opere previste restano al palo. La spesa complessiva per il 2023, prevista a 40 miliardi, si è fermata a 22. E se guardiamo ai numeri totali, siamo ancora lontani dai 194 miliardi da utilizzare entro il 2026: ne mancano ben 135.
Il Pnrr, ormai in corso da tre anni, avrebbe dovuto trasformare l’Italia. Invece, il suo impatto è stato minimo. Se siamo cresciuti quanto la media dell’eurozona, è solo grazie alla crisi tedesca, non certo per meriti nostri. Certo, i fondi hanno aiutato a finanziare il debito e sostenere la ripresa post-Covid, ma non hanno inciso sulle tendenze strutturali. È tempo di smetterla con le celebrazioni vuote. Il Pnrr va bene solo sulla carta, e dietro ai proclami c’è un’Italia che resta indietro, incapace di trasformare risorse straordinarie in cambiamenti concreti. Forse è ora di rivedere non solo le scadenze, ma anche la nostra capacità di visione e, soprattutto, di azione.
Non è solo una questione di numeri o procedure: il Pnrr è il simbolo di un’Italia che si accontenta del minimo indispensabile, di un governo che celebra mezzi successi come trionfi e di un’opposizione che cavalca il fallimento senza proporre alternative.
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