
È di questi giorni la notizia che la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, su proposta del Ministero della Cultura, ha avviato la procedura formale per presentare alla sede di Parigi la candidatura del presepe come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. L’istanza, intitolata «Il presepe, dalle origini a tradizione culturale, e l’arte di crearlo», non celebra un mero oggetto religioso, ma un complesso ecosistema di creatività artistica, artigianato e spiritualità popolare che unisce generazioni e supera i confini geografici ed appartiene, per dirla alla De Crescenzo, a tutti i popoli d’amore.
Le radici storiche documentate della tradizione affondano nella Notte di Natale del 1223, quando San Francesco d’Assisi allestì il primo presepe vivente a Greccio, trasformando la nascita di Cristo in una rappresentazione tangibile e partecipata; da quell’evento fondativo la pratica si è evoluta in un rituale sociale, devozionale e artistico diffuso in tutto il mondo, adattandosi a continenti e culture diverse pur mantenendo intatta la sua essenza di “guardiano” di valori universali come famiglia, ospitalità, pace e rispetto della dignità umana. La candidatura, promossa dall’Italia con la partecipazione di Spagna e Paraguay, assume un significato simbolico particolarmente potente nel 2026, anno che segna gli 800 anni dalla morte di San Francesco.
Se il presepe è un fenomeno globale, è a Napoli che la tradizione raggiunge la sua massima espressione artistica: qui i “Pastori” diventano manichini articolati, vestiti con stoffe vere dagli artigiani napoletani fin dal XVI secolo, e si rievoca non solo la scena sacra, ma anche l’intero contesto ambientale e artigianale del tempo, in cui falegnami, vasai, allevatori e lavoranti mettono in scena le antiche professioni. Nel Settecento il presepe napoletano vive la sua stagione d’oro, uscendo dalle chiese per entrare nelle dimore aristocratiche e della borghesia; Johann Wolfgang von Goethe, nel suo “Viaggio in Italia” (1787), descrivecon entusiasmo questa unicità, notando che «ciò che conferisce a tutto lo spettacolo una nota di grazia incomparabile è lo sfondo, in cui s’incornicia il Vesuvio coi suoi dintorni».
In Campania la tradizione non si limita alla statica esposizione: i presepi viventi coinvolgono intere comunità, specialmente nelle zone interne, che rievocano dal vero non solo la scena sacra, ma l’intero ecosistema delle professioni e dei paesaggi locali.
Il valore artistico dei presepi napoletani ha oltrepassato i confini nazionali, trovando dimora permanente nei più importanti musei del mondo: non solo a Napoli e in Italia, ma anche in Germania, dove il Museo Nazionale Bavarese di Monaco ospita una vasta raccolta di presepi napoletani, corredata da un archivio eccezionale di “minuterie”, ossia piccoli oggetti artigianali che garantiscono il verismo della scena.
La candidatura UNESCO evidenzia come la realizzazione di un presepe non sia un semplice assemblaggio, ma richieda un network di conoscenze specializzate: i Maestri presepisti possiedono un knowhow che spazia dalla scultura, pittura e scenografia, all’architettura, ed alla sartoria. Questa pratica genera un indotto economico sostenibile per artigiani escultori, mantenendo vivi mercati storici come a Via San Gregorio Armeno a Napoli, vero e proprio quartiere fantastico dedicato alla produzione annuale.
La decisione finale sull’eventuale iscrizione del Presepe potrà essere presa dal Comitato del Patrimonio Immateriale solo nel dicembre 2027. Essere candidati al Patrimonio Immateriale UNESCO non è un riconoscimento statico, ma un impegno a perpetuare un rito che, ogni Natale, viene “rivissuto, rinnovato e trasmesso”, fondendo passione individuale e identità collettiva in un’unica, straordinaria scenografia della speranza.
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