
Uscito dal cinema, non sapevo cosa pensare. “Il ragazzo dai pantaloni rosa” è un film che mi ha calpestato ripetutamente. Ma questa pellicola è così bella e significativa, che la rivedrei altre infinite volte. Non si parla della fotografia o della sceneggiatura, a mio avviso comunque di livello, ma del messaggio che mi ha trasmesso. Un cast ben scelto ha contribuito alla resa del film: Claudia Pandolfi interpreta Teresa Manes, Samuele Carrino è Andrea, Sara Ciocca è Sara e Andrea Arru è Christian.
Andrea Spezzacatena frequenta le scuole medie. E’ un ragazzo sorridente, bravo a cantare e brillante a scuola. Il rapporto con sua madre è speciale ed è sotto gli occhi dello spettatore in modo inequivocabile. La separazione dei genitori lo rattrista, ma il suo primo pensiero è quello di farsi forte per parlarne con il fratello più piccolo. Il primogenito, come dice la nonna, forse non è un ragazzo realmente felice, ma “vuole divertire gli altri”.
A scuola conosce Sara, la sua migliore amica e prima cotta, e Christian, suo compagno di classe e, apparentemente, suo amico. Il ragazzo, ripetente, trova in Andrea qualcuno che lo aiuti a superare l’anno, dopo essere stato bocciato. I due, in seguito, non si iscrivono allo stesso liceo, ma Christian cambierà istituto dopo poco, finendo in quello di Andrea.
Apparentemente tornati amici, Andrea riceve in regalo un pantalone rosso dalla madre. Ella, però, lavandoli, li rende rosa. Il figlio decide comunque di indossarli, trovando il sostegno di Sara, ma anche le prese in giro da Christian e il suo gruppo. Da qui, inizia l’incubo per il giovane Andrea, che lo porterà poi, alla fine del film, alla tragedia.
Come dicevo, il film ha un messaggio ben chiaro: le parole fanno male. La pellicola mostra il rapporto idilliaco tra Andrea e sua madre, fatto di complicità, sincerità e tantissimo amore. Andrea è sempre sorridente e va oltre le peripezie, quali i problemi dell’adolescenza e la separazione dei genitori. Il ragazzo è un ‘sole’ per la luce che porta con sé.
Questa stella, però, viene spenta dai bulli. Un paio di pantaloni rosa possono portare alla morte di un giovane? Assolutamente no. Eppure, gli studenti della scuola lo deridono e lo feriscono con le parole. La gogna diventa ancora più insopportabile, perché quelli sono gli anni in cui i social stanno prendendo piede. Su Facebook nasce il profilo ad hoc in cui viene preso in giro: “il ragazzo dai pantaloni rosa”. La mamma non ne sa niente. Scoprirà tutto quando ormai è troppo tardi.
Per un adolescente le difficoltà sembrano non finire mai, anzi, aumentano. Una parola sbagliata fa crollare un castello di carte che, da soli, non si può ricostruire. Il bullismo è una piaga sociale che Teresa Manes, madre di Andrea, ha deciso di contrastare rumorosamente. Il film punta proprio a questo: arrivare laddove la voce non può.
Oltre sessantamila studenti hanno assistito, nelle scuole di tutta Italia, all’anteprima del film. Per quanto sia un grande segnale da parte della comunità scolastica, fa male leggere di come, all’anteprima mostrata al festival “Alice nella Città”, siano stati lanciati comunque tanti insulti omofobi. Fa altrettanto male leggere di come i genitori si siano opposti alla visione del film, in quella scuola di Treviso. Il Paese non ha superato i suoi problemi di omofobia, e alcuni ragazzi non hanno ancora compreso il peso della parola.
Persone come Teresa Manes sono cruciali per una rivoluzione culturale. Il suo immenso dolore lo ha riversato nella lotta contro l’omofobia. Bisogna lasciare perdere chi ritiene che tutto ciò sia per soldi, perché forse non potrà mai comprendere il dolore della scomparsa di un figlio.
Una sua frase compare prima dei titoli di coda e non posso che concordare: “Con mio figlio ho fatto tanti errori, permettergli di indossare quei pantaloni rosa non è tra questi”. Che il ricordo di Andrea, tramite questo film, possa smuovere gli animi di questo paese.
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