
Considerazione personale: l’indie sta andando verso la deriva pop. Il rock non è morto, ma nessuno ha la pazienza e la curiosità di entrare nel sottobosco dove si annida. La trap è più in voga che mai, ma è scarna di contenuti e musicalmente poco interessante (ecco perché è padrone delle classifiche). Il rap, questo dimenticato, è l’unico barlume di materia viva a cui possiamo chiedere di accompagnare la nostra sete di potenza letteraria, di ricerca musicale, di riscoperta del nostro territorio attraverso la musica.
I rapper sono i nostri nuovi cantautori: hanno ancora la forza di proporre questo stile nonostante le contaminazioni provenienti dal sotto-genere della trap. Hanno ancora un messaggio di fondo: non dimenticano le sfide (forse perdute) di ieri, conoscono l’enorme crisi dell’uomo di oggi.
Chi resiste, concede ancora uno sguardo totale al potere della denuncia sociale, senza vergognarsi di raccontare la complessità dei rapporti intrapersonali e interpersonali. È un rap di r-esistenza. Ma che cos’è il rap per un rapper del nostro territorio? Lo abbiamo chiesto senza troppi giri di parole a due personalità legate alla nostra terra. C’è infatti ancora vita se parliamo di rap a Caserta.
Il rap, con le sue rime e i suoi argomenti, è stato ed è ancora un riflesso della realtà per una generazione nata nella nostra provincia. Questo fenomeno musicale ha ancora radici profonde nella cultura urbana e ha influenzato le generazioni successive, trasformandosi in un elemento chiave della cultura locale e globale.
Slyrec, ovvero Santina Affinito, è una ragazza cresciuta nelle palazzine popolari di Capua. Oggi è su tutte le piattaforme con il suo nuovo singolo “Un altro posto”. Ha scoperto il rap all’età di otto anni e poi, tra i banchi di scuola e le prime rime, avviene il suo atto di coraggio di “uscire fuori” e sgomitare in un genere ai tempi prettamente maschile: «La musica è stata la mia ancora. Mi sono identificata nel rap perché ha cambiato il mio modo di vedere e di dire tante cose, permettendomi di trovare quelle parole che solitamente non diresti a nessuno. Nella mia vita, sono sicura soltanto del rap. Non mi interessano i presunti limiti di questa scelta, è l’unica sicurezza che ho nella vita. Ogni volta che io riesco a portare il mio stato d’animo in rima, è assurdo. Addirittura, riesco a pensare che, nel mondo, ci sia spazio per noi… “strani”. Il rap non mi ha salvato la vita, ma mi ha salvato l’anima. Mi ha alleggerito da pesi che a volte è proprio impossibile portare».

Ieri, ma ancora e soprattutto oggi, la provincia di Caserta affronta sfide sociali ed economiche significative, con elevati tassi di disoccupazione e problemi di criminalità diffusa. Il rap divenne un veicolo di espressione per molti giovani, offrendo un mezzo per raccontare le proprie esperienze e cercare di fare sentire la propria voce in un contesto spesso difficile. Questo genere musica è veicolo di comunicazione anche per tematiche legate all’ambiente, alla cura del nostro territorio. In questo percorso, abbiamo incontrato Damiano “CapaTosta” Rossi. CapaTosta è un’istituzione a Caserta: è il punto di riferimento quando si parla di rap e hip hop del nostro territorio. Il suo freestyle teatrale è un nuovo modo di concepire questo genere e rappresenta tutta la sua esperienza in anni di presenza sulla scena del nostro territorio.

Musica popolare e rime, CapaTosta ci racconta il nostro territorio provenendo dalla strada, luogo di ispirazione e di conoscenza: «Per me il rap è come una sorta di poesia contemporanea, con un linguaggio forse più diretto, ma che può essere una testimonianza, un denunciare disagi sociali, un raccontarsi, potersi fare delle domande, trovare le risposte, sfogare momenti difficili. Tutto questo ha avuto un ruolo importante sia artistica- mente che personalmente. Soprattutto vivendo in una provincia che non offriva e ancora oggi non offre molti spazi culturali e sociali. Un posto dove, una volta, la gente ti vedeva vestito con i pantaloni larghi e forse ci scappava anche l’aggressione. Questo mi ha dato sempre tanta forza, la possibilità di imparare e di conoscere le altre persone, di parlare di tematiche ambientali che in altro modo non avrebbe avuto lo stesso ascolto. Questo mi ha dato la possibilità di aprire altre porte, uscendo fuori da una mentalità di provincia abbastanza avvelenata. Forse oggi per chi comincia a fare rap è diverso, si inizia con poca coscienza e con molta meno conoscenza. Tutto viene ridotto a fama e successo abbastanza spicciolo. Ma quello non è rap, è ‘na cofecchia».
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