
Qualcuno, fugacemente, ha esultato: finalmente la Regione Campania ha pubblicato il “Registro Tumori 2025”. No: è l’ennesima giocata politica. Il documento non aggiorna nulla: ripropone serie storiche ferme ai vecchi archivi e ci appiccica sopra una proiezione “fino al 2025”. Altro che dati nuovi. È scritto nero su bianco nelle tavole: l’APC (Annual Percent Change) è calcolato sul periodo 2010–2021, mentre il tratto 2022–2025 è una stima trascinata, ben distante da un’osservazione reale. Nel grafico ciò è ben visibile: ci sono puntini fino al 2021, poi la banda gialla che proietta la tendenza.
Il punto è metodologico ma anche politico. Se calcoli le tendenze fermandoti al 2019 e poi “allunghi” la linea sino al 2025, stai usando il passato per indovinare il presente. E togli dal conto proprio il biennio 2022–2023, quello che può restituire dati più interessanti a causa degli effetti post-pandemia. Durante il periodo pandemico si sono verificati i crolli degli screening, ritardi nelle diagnosi e la riemersione dei casi negli anni successivi. Come ci spiegano gli oncologi, nel biennio 2022–2023 è risalito il conteggio, anche perché sono ripartiti i programmi di prevenzione. Per questo escludere o “schiacciare” quel biennio (e quelli successivi) rischia di falsare in modo determinante la traiettoria.
Nel “Report 2025” mancano poi informazioni basiche: quale modello è usato per stimare l’APC e per proiettare al 2025? Joinpoint? Regressione lineare? Smoothing? Nel pdf pubblico non c’è una sezione metodologica degna di questo nome; nelle tavole compare solo l’APC 2010–2021 e, sotto, una riga di valori. Così non si fa epidemiologia: così si fa cosmetica.

Il paradosso è che altrove, in Italia, si può fare meglio e lo si fa. Il caso dell’Emilia-Romagna è emblematico: la regione pubblica un rapporto strutturato e una piattaforma di consultazione per territorio e sede tumorale. Non stiamo parlando di miracoli, ma di ordinaria amministrazione. In Campania, invece, ci si affida a incroci con dati ISTAT e stime basate sul passato. Anche guardando solo alla mortalità (20–64 anni), la Campania sta peggio della media nazionale: 9,5 per 10mila nel 2021 contro i 7,8 in Italia. Si tratta di numeri officiali in questo caso, quindi non proiezioni.
E poi c’è il contesto. La Corte europea dei diritti dell’uomo, a fine gennaio, ha condannato l’Italia per i ritardi e le inefficienze Terra dei Fuochi, evidenziando la violazione del diritto alla vita e l’obbligo per lo Stato di garantire informazioni ambientali e sanitarie affidabili. Tradotto: i cittadini devono poter sapere, bene e in fretta, i dati sulle patologie oncologiche in un triangolo profondamente inquinato. Presentare un “report 2025” fondato su stime fino al 2021 va nella direzione opposta.
“Ma almeno i numeri nazionali sono stabili”, si obietterà. Vero: il 2024 chiude con circa 390mila nuove diagnosi in Italia, quadro grosso modo invariato rispetto al biennio precedente. Proprio per questo servono dati regionali seri. Un Registro Tumori “all’altezza del danno arrecato” dovrebbe garantire: a) serie annuali complete almeno fino a due anni prima dell’anno corrente; b) una sezione metodi che dichiari modelli, criteri di qualità e intervalli di confidenza; c) indicatori di completezza e tempestività (quanto tempo passa tra diagnosi e registrazione?); d) microdati anonimizzati per la comunità scientifica; e) dashboard pubbliche con filtri per ASL/comune, sesso, età, sede e stadio; f) un calendario di aggiornamento, con responsabilità chiare e verificabili. È ciò che molti registri regionali stanno già facendo.
Invece, a quattro anni dall’ultimo “scatto” reale, la Campania continua a non conoscere ufficialmente l’incidenza dei tumori dal 2021 a oggi. Proprio nei territori dove sono state tombate migliaia di tonnellate di rifiuti tossici, ancora in gran parte non bonificati. Nel frattempo, si spaccia per “novità” una proiezione.
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