
Il sistema imprenditoriale del Mezzogiorno d’Italia ha conosciuto un grande segnale di vitalità del tutto inatteso: solo tra il 2019 e il 2025, infatti, il Pil del Sud sembra aver vissuto un incremento esponenziale, collocandosi all’8,3% a fronte della media nazionale del 6,5%. E in un simile contesto, a giocare la parte del leone è la manifattura meridionale, la quale in termini di valore aggiunto è aumentata del 5,1% – di gran lunga superiore all’1,9% nazionale – pur assumendo un peso inferiore rispetto a quella nazionale.
Questo è l’affresco che emerge dai dati raccolti nell’ambito del report curato da Srm – illustrato in occasione del recente evento napoletano tenutosi presso la Fondazione Meria – che con grande chiarezza spiegano perché soprattutto al Sud si registri una simile ventata di crescita, ponendo l’accento soprattutto al periodo compreso tra gennaio e marzo 2026.
Del resto, se nei primi tre mesi di quest’anno sono circa 690 le nuove imprese sorte nel Mezzogiorno – frutto della differenza tra 105.051 iscrizioni e 104.361 cessazioni – sono proprio il Sud e il Centro a guidare la crescita del Paese. Ma i numeri che stupiscono di più in termini assoluti sono proprio il Sud e le Isole, e in particolare la Campania (+1.193) e la Sicilia (+638), stando a quanto rilevato dall’analisi statistica Movimprese condotta da Unioncamere e InfoCamere, che si fonda sui dati emersi all’interno del Registro delle imprese e delle Camere di commercio.
Numeri incredibili, che rappresentano il volto di un vero e proprio “risultato in controtendenza, considerando che il primo trimestre è storicamente penalizzato dal consolidamento delle chiusure maturate a fine anno”, stando a quanto si legge in una nota, che prosegue rilevando come l’unico precedente storico di un simile incremento si era registrato soltanto nel 2021 – “ma in un contesto eccezionale, segnato dalle dinamiche pandemiche”. I dati attuali, invece, sono il “frutto di una significativa contrazione delle chiusure, a fronte della stabilità delle aperture rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Al 21 marzo di quest’anno, lo stock complessivo delle imprese registrate in Italia ha raggiunto 5.811.877 unità”, prosegue la nota, confermando nuovamente il primato del Sud.
Ad ogni modo, nell’ambito di questo bilancio incredibilmente positivo relativo a questo trimestre a spiccare significativamente è soprattutto il dinamismo delle società di capitali, che registrano +15.739 unità – con un tasso di crescita pari al +0,80% – in netta accelerazione rispetto all’incremento del +0,70% riferito allo stesso periodo del 2025. Dati che compensano le flessioni da un lato delle imprese individuali (-9.669 unità, -0,33%) e delle società di persone (-4.879, -0,61%), testimoniando così un trend strutturale, che vede l’imprenditoria italiana incline sempre di più verso forme giuridiche più strutturate e capitalizzate.
Ma non è tutto: in un simile quadro, a esercitare un peso significativo è anche l’espansione dei servizi, la cui crescita più importante interessa particolarmente il Centro – +0,12%, pari a +1.506 imprese – trascinato quasi interamente dal Lazio. In questa regione, è la Capitale a distinguersi in maniera rilevante, che ha registrato il miglior saldo imprenditoriale in tutto lo Stivale: 8.367 iscrizioni a fronte di 5.976 cessazioni, pari a un saldo attivo di +2.391 imprese, accanto a un tasso di crescita equivalente allo 0,55% – incredibilmente superiore rispetto alla media nazionale, quasi nulla, pari allo 0,01%.
Infine, a riflettere parametri più negativi sono entrambe le ripartizioni settentrionali. Mentre il Nord-Est flette dello 0,15%, con -1.694 unità – il Nord-Ovest tenta di limitare le perdite allo 0,05%, con -795 imprese – grazie soprattutto alla Lombardia, che invece rappresenta una singolare eccezione in tutta la sua macroarea di riferimento, registrano un saldo positivo di +722 imprese.
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