
L’arte. Un sussurro nel silenzio del tempo, una vibrazione che si propaga mutando forma, colore, significato, eppure conservando – nel suo nucleo più intimo – l’eco di un’esperienza, di un’emozione, di un’epoca. E lì, dove il tempo lascia il suo segno, interviene l’arte del restauro. Un’ombra che si muove tra le pieghe del passato e il fluire incerto del presente, un tentativo, forse vano, ma necessario, di trattenere l’inafferrabile. Incontrare il Dottor Umberto Maggio, restauratore ad Ottaviano, è stato come immergersi in questo dialogo silenzioso tra la materia e il tempo.
«Ogni intervento è un’esperienza unica, un viaggio in un territorio inesplorato, dove la materia, imprevedibile, capricciosa, si rivela in tutta la sua complessa individualità. È come se la materia avesse una sua volontà, una sua voce», afferma il Dottor Maggio. E in quelle parole risuona l’eco di un dialogo antico, di una conversazione intima tra l’uomo e l’arte. Questo dialogo, rivela Maggio, non è un atto arbitrario, ma un processo rigoroso che si fonda su una chiara distinzione. «Quando si parla di restauro, è fondamentale distinguere tra conservazione e restauro vero e proprio. La conservazione mira a bloccare il deterioramento di un’opera, mentre il restauro interviene per integrare le lacune. L’interpretazione entra in gioco in questa seconda fase, ma sempre nel rispetto delle indicazioni degli organi competenti. Il restauratore non agisce secondo le proprie preferenze, ma seguendo le direttive delle soprintendenze che decidono se e come ricostruire le parti mancanti. L’obiettivo è quello di creare una minore interferenza della lacuna nella visione d’insieme dell’opera, rendendo riconoscibile ciò che è originale e ciò che è stato aggiunto dal restauratore».
Le sfide sono innumerevoli, come le sfumature della materia, come le pieghe del tempo. «Anche se i materiali sono gli stessi, ogni oggetto risponde in modo differente ai trattamenti. La sensibilità e l’esperienza del restauratore diventano quindi cruciali, unite alle conoscenze scientifiche». Queste sfide si acuiscono di fronte a opere particolarmente venerate: consumate non solo dal tempo, ma anche dalla devozione popolare. Un’usura non solo materiale, ma profondamente simbolica. «I casi più complessi – spiega Maggio – riguardano spesso sculture lignee di figure sacre molto venerate, come i santi patroni o le Madonne. L’uso e la manipolazione durante le processioni, gli sbalzi di temperatura, il contatto continuo dei fedeli, ‘stressano’ le opere». Un tempo si “restaurava” rifacendo, alterando l’originale con strati di stucco e colore. Oggi, fortunatamente, grazie alla diagnostica, si cerca di comprendere la materia a fondo. «Accanto al restauro, si richiede sempre più spesso un’indagine diagnostica preventiva, con radiografie e micro-prelievi, come nel caso della Madonna di Castello a Somma Vesuviana. Una statua molto antica con rifacimenti di diverse epoche, un vero ‘guazzabuglio’ che necessita di un approccio scientifico prima di ogni intervento».
Ma non è solo la materia che si cerca di preservare. È la memoria, la cultura, il sentimento religioso che permea le opere, soprattutto quelle custodite nelle chiese, immagini sacre che incarnano l’identità di una comunità, il battito del suo cuore. «Io intervengo anche col cuore», confessa Maggio, e in quel “anche” si cela un mondo di dedizione, di profondo legame con la sua terra, con la sua storia. «In momenti di disastri, come i terremoti, intervenivo spesso con le squadre di protezione civile. Ci trovavamo a dover scegliere cosa salvare. E spesso, pur dovendo dare priorità alle opere di maggior valore artistico, capivamo che anche una semplice statua di gesso, legata al cuore della comunità, rappresentava un tassello fondamentale per la ricostruzione dell’identità culturale di quel luogo. Era lì, in quell’immagine, che si ritrovava il senso di appartenenza». E questo legame con l’identità di un luogo si estende al ruolo stesso del restauratore. Un ruolo silenzioso, discreto, ma essenziale. «Bloccare Thanatos per ridare Bios» conclude Maggio, citando parole antiche che risuonano con forza. «Bloccare la Morte per ridare la Vita»
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