
Napoli rende omaggio a Eduardo De Filippo nell’anno in cui si celebra il 40° anniversario della morte (il 31 ottobre del 1984), ma anche i 70 anni della riapertura (il 22 gennaio del 1954) del suo teatro, il San Ferdinando.
Molteplici le iniziative, tra le quali la mostra “I miei colori per Eduardo” appena conclusa, curata da Francesca Garofalo, promossa dalla Fondazione Eduardo De Filippo, presieduta da Tommaso De Filippo e diretta da Francesco Somma, con l’obiettivo di tenere viva la figura del grande Eduardo.
Fino a maggio, poi, proprio al teatro San Ferdinando, una mostra intitolata “San Ferdinando 70” è allestita nel suo foyer. Maria Procino, storica e archivista conservatore, nonché per anni curatrice dell’archivio Eduardo De Filippo (oggi conservato al Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux di Firenze), ha discusso con Informare della figura di Eduardo De Filippo.
«Eduardo De Filippo non riteneva il napoletano un dialetto ma una vera e propria lingua come il veneto di Goldoni o il milanese di Porta. Ha elevato Napoli a metafora della condizione umana spesso dolorosa. Le sue commedie sono tradotte e messe in scena in tutto il mondo. Amato e studiato anche da grandi interpreti internazionali come Orson Welles Ian McKellen, Laurence Olivier per fare qualche nome. Eli Wallach affermò che: “Eduardo è un drammaturgo che trascende i confini etnici… affonda il bisturi nella carne viva arriva alla verità”. Il suo lascito è in tutto quello che ha creato, dalle poesie alle opere che, a mio parere, devono essere lette prima di essere viste, perché ogni parola è studiata attentamente. Pensiamo alla parola fede in La grande magia: non potrebbe essere sostituita da nessun’altra. Si salvi chi può in Napoli milionaria! è una frase terribile. Eduardo De Filippo ha lasciato al mondo del teatro, ai ragazzi, le commedie registrate in televisione: non un monumento a sé stesso, ma un documento da studiare da analizzare perché, come sosteneva, la tradizione è fondamentale, ma per andare avanti».
«Nel mio volume Eduardo dietro le quinte (Bulzoni 2003) ho dedicato al teatro San Ferdinando e alla vicenda del teatro stabile, due interi capitoli. Facendo ricerche accurate, analizzando documenti, ricostruii la storia ma soprattutto il grande progetto di Eduardo, che voleva creare una impresa culturale ed economica, ben conscio che la cultura rappresenta un volano per l’economia di una città, di un Paese. Nel 1948 comprò le macerie di un teatro settecentesco che altrimenti sarebbe andato distrutto completamente e, nella costruzione, salvaguardò la memoria storica, recuperando la facciata originaria. All’interno realizzò uno spazio moderno, all’avanguardia, nel pieno rispetto degli attori, dei tecnici e del pubblico. L’Italia era uscita da poco dalla guerra, dietro l’angolo c’era la speculazione edilizia che avrebbe deturpato il volto di molte città italiane, nessuno avrebbe mai pensato di ricostruire un teatro. Eduardo però aveva in mente il Piccolo teatro di Milano, aperto nel 1947 grazie a Paolo Grassi e Giorgio Strehler, che lui conosceva benissimo. Anche in quel caso un luogo semidistrutto ed abbandonato era tornato a vivere. Però il Piccolo ebbe l’appoggio del Comune, mentre Eduardo venne lasciato solo, finanziò personalmente il progetto indebitandosi fino al 1975. “Invece di farmi ville e yacht — scrisse nel 1959 in una lettera aperta al ministro del turismo e dello spettacolo Tupini — ho voluto ricostruire un celebre teatro distrutto dalla guerra, e per pagare questo ‘lusso’ da molti anni i miei diritti d’autore sono bloccati a favore delle banche”. Neanche all’inaugurazione del teatro che avvenne in tre momenti il 20, 21 e 22 gennaio 1954 si presentarono le istituzioni. In un’intervista, poi, constatò amaramente: “se avessi inaugurato un vespasiano [gabinetto pubblico], mi avrebbero riconosciuto maggior merito”».
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