
Storia, mito e poesia s’intrecciano nel mondo antico inestricabilmente. Anzi, si perdono in questo fitto ordito anche culti e oracoli, radicandosi nei territori al punto da legarsi a nomi di città, isole, promontori. E si sa quanto poi questi siano giunti immodificati (o quasi) fino a noi. A volte il senso del mistero, generato dall’impossibilità di spiegare scientificamente certi fenomeni naturali, a volte la bellezza incommensurabile del paesaggio, a volte i rischi di una navigazione povera o del tutto priva di strumentazione, hanno generato racconti affascinanti, percepiti come possibili e poi tradotti in versi, recuperati da storici, comunque condivisi da intere civiltà e numerose generazioni.
Se ci fosse un primato da assegnare, forse spetterebbe alla Campania. Proveremo a raccontarlo partendo dal Cilento, da quella costa ricca di insenature, grotte, rocce calcaree a picco su un mare ancora incontaminato, paesi arroccati sulla cima di colline con i fianchi spesso solcati da corsi d’acqua dolce. E alle spalle una vegetazione rigogliosa con pinete, olivi, lecci, ginepri e più internamente, più in quota, boschi di conifere, persino querce e aceri, tigli e castagni: il Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, un Parco di straordinaria biodiversità con 1800 specie autoctone, riconosciuto dall’Unesco Riserva Mondiale di Biosfera. Partiremo da Palinuro. Oggi con l’abitato proteso su un promontorio che traguarda un mare che fa la fortuna dei sub, offrendo scorci mozzafiato, spiaggette e baie “del buon dormire”, archi naturali, grotte raggiungibili talvolta solo in barca.
Ma per Virgilio Palinuro era il nocchiero di Enea. Virgilio diffonde prepotentemente con il suo poema miti che, punteggiando il viaggio verso la fondazione di un mondo nuovo, delineano le tappe della nuova identità romana. Fra queste tappe fa storia a sé Palinuro, un racconto denso di simboli. L’incipit della vicenda è nel libro V, ma continua nel VI con un’appendice per niente trascurabile. Enea ha lasciato Cartagine, abbandonando Didone al suo dolore; ormai in mare aperto, i troiani s’imbattono in una tempesta.
È a questo punto che fa la sua comparsa per la prima volta Palinuro. Rsponsabilmente comincia a temere il peggio: “Ahimè, perché nubi così dense avvolgono il cielo? Che cosa prepari padre Nettuno?”, ordinando di ripiegare le vele, “dar piglio ai remi e inclinare a mezzo la prua”. Tuttavia, sa che queste precauzioni potrebbero non bastare e si rivolge a Enea: “Neppure se me lo garantisse Giove potrei sperare di raggiungere l’Italia con un cielo simile (…) Poiché non rimane che la fortuna, assecondiamola e dove chiama, volgiamo la rotta.”
La sorte conduce in Sicilia, dove un anno prima era morto Anchise e si prepara una sosta per onorarlo con giochi funebri, trascorsa la quale, una parte dei troiani decide di rimanere nell’isola, mentre Enea e gli altri proseguono. Venere si raccomanda a Nettuno perché il figlio abbia un percorso senza intoppi: il dio acconsente, a patto però del sacrificio di uno dei troiani. E tocca a Palinuro: l’esecutore, il dio Sonno, non avrà gioco facile a indurlo a dormire: “Inchiodato, stretto al timone non si scostava di un passo, con gli occhi puntati alle stelle”. Ma si sa, sfidare il divino è lotta impari: “A capofitto lo gettò il nume tra i flutti, con una parte della poppa divelta insieme a tutto il timone”.
Palinuro è vinto solo dalla forza sovrannaturale, resiste fino all’ultimo, fedele a Enea, al suo compito, da perfetto nocchiero muore senza staccarsi dalla sua nave, trascinandone un pezzo con sé. Virgilio celebra emblematicamente le prodezze dei naviganti, il loro attaccamento al dovere, le insidie che incontrano in mare, non solo in tempesta: scogliere affioranti che di notte ingannano i più esperti, ma anche semplicemente le blandizie del sonno. Qualche antropologo si è persino spinto a ipotizzare sacrifici umani prima del previsto passaggio all’Oltretomba. Enea incontrerà Palinuro nell’Ade. Il timoniere gli racconterà come, scampato all’annegamento, fosse stato ucciso dagli abitanti di Velia, “gente crudele” che viola il sacro patto di ospitalità, dell’accoglienza del profugo. Un monito antico che attraversa il presente.
Di Maria Teresa Moccia Di Fraia
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