
Nelle chiare e morbide giornate d’estate, contornate di tanti raggi che con invidiabile costanza battono sopra al suolo e l’asfalto di una città benedetta dal sole; salvifico, s’alza un tiepido venticello. Corre tra palazzi ed i balconi stampandosi come istantanee lungo le corde tese che, resistendo, sorreggono quei panni spasi dai mille e più colori in mezzo nell’indomito sottofondo dei vicoli del centro. Ma poi l’aria si spezza e tutto ad un tratto non si ode altro che il trapestìo lontano d’un mandolino e l’avvicinarsi dell’ombra, sempre più distinta, d’un giovane Pulcinella che ride, piange e talvolta, invece, tace. Sotto la nera “mezza maschera” dal naso ricurvo si cela però una voce che, restando solo una maschera e quindi non più che un’idea, si pone alla guida d’un popolo proprio come vediamo nella copertina di “Sotto chi tene Core“; ultimo album del gruppo musicale napoletano “La Maschera“. L’artwork, prodotto da Giuseppe Boccia, riprende molti i caratteri del celebre dipinto “Il Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo ed ha come protagonista proprio la tradizionale maschera napoletana che in più occasioni viene musicalmente ripresa dal gruppo e che trova nel frontman, Roberto Colella, un fantastico interprete artistico.
Il cantante de “La Maschera” è forse la più preziosa testimonianza della rinascita musicale napoletana che passa inoltre attraverso le voci di artisti eccezionali come Vesuviano, Gabriele Esposito e tanti altri. Nato da ” ‘na jucata di Gianni Simioli”, il Napolindie, tenutosi al Flava Beach in occasione della Festa della Repubblica, s’è fatto teatro di questa rinascita tutta “Made in Naples” invitando sul palco i principali protagonisti di questa nuova scena musicale. In occasione del Napolindie la Redazione di Informare ha avuto il piacere di intervistare Roberto Colella, frontman e voce de “La Maschera”.
«Sono davvero molto felice di una manifestazione del genere poiché qui ho avuto modo di rincontrare molti amici. Io credo che la musica napoletana sia in buone mani: sta col tempo nascendo un movimento molto forte che spero possa canalizzare tutte le risorse a Napoli piuttosto che in altre città come Milano. Spesso si pensa troppo ad esportare: io sono invece convinto che il mondo della discografia possa rinascere anche in una realtà come Napoli e non più solo a Milano o Roma».
E passando e spassando lungo il “vicolo ‘e l’ alleria” s’ arrampica come edera la voce di questa nuova wave che, come il vento fa con l’aria calda d’estate, si spande per tutta la città. In questo sfarzoso carosello musicale torna prepotente alla mente il ricordo di una corrente artistica che, a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, trovò a Napoli terreno assai fertile grazie all’enorme talento di artisti partenopei: la Neapolitan Power. «Quello che abbiamo fatto noi è stato semplicemente portare le nostre influenze musicali, provenienti da ogni membro del gruppo, all’interno della nostra musica – ha detto Roberto Colella – Questo ha fatto sì che arrivassero suoni da Paul Simon, quindi musica americana, fino alle influenze musicali provenienti dal continente africano. Proprio come è stato fatto negli anni d’oro da Pino Daniele e dai Napoli Centrale che per la prima volta hanno portato a Napoli gli “Earth, Wind and Fire”» ha aggiunto.
«Questa precedente esperienza musicale ha di certo arricchito il nostro bagaglio ma non ne sentiamo assolutamente la responsabilità poiché noi restiamo sempre dei nani sulle spalle dei giganti. È però ancora bello per noi mischiare suoni che provengono magari da Oltreoceano con altri che arrivano invece direttamente dall’Africa per poi trasformarli in musica napoletana».
Una musica che vive dunque di suoni ed emozioni che trascende spesso dalla lingua e dalle parole. Una musica fatta di sentimento e che soltanto di questo si nutre. Non si possono a questo proposito dimenticare le parole dell’immortale Pino Daniele che, presentando i membri della propria band all’inizio di un concerto, disse di sé: «E poi ci sono io che suono la chitarra e canto in napoletano quindi se qualche cosa non la capite non fa niente: l’importante è il sentimento».
«Il sentimento nella nostra musica è totale – sopraggiunge Colella – ma c’è anche tanta attenzione alla parte suonata. Lavoriamo tanto sul suono ed è questo un punto in comune con il grande Pino Daniele al quale ad un concerto urlarono: “Impara a parlare!”. Lui non si scompose e, col sorriso, rispose: “non mi serve saper parlare, l’importante è sapè sunà“. Credo che questa risposta sintetizzi alla perfezione la nostra idea di musica: l’importante è sapè sunà».
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