
Briano è una piccola frazione del comune di Caserta e per arrivarci occorre salire un pochino. A furia di salire, può capitare di imbattersi nello studio di uno dei grandi artisti del territorio: Alessandro Del Gaudio.
Quando entri nel suo studio, anche se sei fermo, ti senti già in movimento. Alzi lo sguardo e ti lasci trasportare dalle macchine che seguono le linee dei loro parcheggi, da aerei che planano sul traffico di una città fantastica. Ripreso coscienza da quel mondo fantastico, ci tocca entrare nella storia di Del Gaudio.
E lui per metterti a tuo agio non inizia a parlarti di pittura, ma dell’amore che Alessandro prova per ciò che lo circonda. «Sul mio terreno ci sono sette piante di oliva aitrana tifatina. Anche il nome è una forma d’arte: sono così celebri che all’epoca si pensava che tutte le olive fossero aitrane» – spiega l’artista.
D’altronde la vita di Del Gaudio si muove tra gli spazi delle sue pulsioni, emotive o artistiche che siano, le quali spesso lo portano ad investigare sulla sua interiorità. Appena lo vedo non posso che notare una ferita sull’indice, ed è proprio questa storia a donarci una finestra delle emozioni in perenne moto di Del Gaudio. «Stavo tagliando il legno dell’ulivo ed ecco che è successo. Mi ha fatto male, ma mi ha trasportato in una nuova dimensione. È come se quel dolore mi avesse aperto uno scorcio sul rapporto tra la macchina e l’essere umano, all’interno della dimensione lavorativa».
La ricerca artistica di Del Gaudio è attraente proprio per questo: l’integrazione tra uomo e macchina che lo solletica in continuazione. «Le cose non si possono separare, così come non è possibile dividere l’elemento tecnologico da quello biologico».
Il sentire è usato come strumento di ricerca, è questo come muove l’arte di Del Gaudio. Una ricerca che spesso di focalizza sulla dicotomia uomo-macchina, provando a tracciare una linea di contatto. Le riflessioni artistiche di Del Gaudio vanno anche incontro ad una nuova carica data alla linearità, spesso simbolo di processi cognitivi interni al cervello umano ma che vanno a creare forme nella realtà esterna. Un esempio sono i suoi “parcheggi sugli scarabocchi”.
«Mi affascina la ricerca del parcheggio, iniziai a pensarci quando ero a Verona ed ero costretto a fare giri immensi in cerca di parcheggio. Ognuno di noi è in cerca di uno spazio. Quando cerchiamo parcheggio spesso siamo costretti a fare continui movimenti, anzi chi è più sfigato deve fare avanti e indietro diverse volte prima di trovare un posto. Ebbene, scrutando questa ricerca vediamo che crea degli scarabocchi. Stiamo descrivendo scarabocchi e chi non sa portare la macchina ne crea di più. L’arte deve trasmettere messaggi, sono contrario al “creare per creare”» – conclude Del Gaudio.
E anche qui la macchina, metafora di un contenitore di umanità, viene messa in contatto con l’elemento naturale. «Fare il pane è qualcosa di così vicino che ne sento il bisogno. In futuro lavorerò sul pane per far nascere le mie macchine» – ride e abbassa lo sguardo, felice del lampo appena avuto.
Ma da dove provengono queste macchine? Cosa ha spinto quel piccolo ragazzino casertano a creare e darsi alla vita artistica? La verità, o almeno credo, è che Alessandro ha dentro una musa che continua a ispirarlo e proteggerlo. Sua madre. Non c’è bisogno di essere un abile giornalista per capirlo, quando l’artista parla della sua mamma il suo volto cambia, come se si preparasse a condividere con l’interlocutore una parte della sua essenza.
«Il mio amore per la pittura proviene dall’amore di mia madre. Ho avuto una grande mamma, che ha dovuto sacrificarsi per mantenerci. Mio padre anche era un creativo, inventava sempre delle scuse per non lavorare – sorriso amaro e si ritorna subito sulla Signora – Da bambino ricordo quando la accompagnava a portare a pascolare il bestiame. Quando scendeva dalle pendici, in zona Garigliano, era solita soffermarsi sulla creta che emergeva dal terreno, si divertiva a dargli delle forme. Quando è stata male ero solito portarle del galbanino in ospedale, e ogni volta che tornavo vedevo le sculturine che realizzava dalla cerca che proteggeva il formaggio. Ne sono rimasto affascinato e le ho comprato il das. Mi ha sempre incoraggiato a comprare materiale, creare e credere in me».
Le sensibilità di Del Gaudio, oltre a metterti in moto, ti riscalda nel calore di un ricordo che oggi è arte viva. Non è il tempo delle lacrime, oggi bisogna ancora creare e ricordare, per farlo bisogna avere chiari alcuni punti. La sua visione dell’arte è netta, Del Gaudio rigetta ogni compromesso col potere e senti la sua convinzione quando dice: «Gli artisti non devono essere servi di partito».
E allora auguriamo a Del Gaudio di continuare a creare per i nostri occhi, tenendosi lontano da quelle catene che non potranno mai soffocare un galbanino.
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