
Il caso Jewish Chronicle è forse molto più grave ed emblematico di un apparente esempio, in ogni modo scabroso e becero, di informazione viziata e scorretta. È forse il sintomo di un tentativo di corruzione e manipolazione dell’opinione pubblica che parte dalle frange più estreme del governo di ultradestra israeliano, compreso il primo ministro Benjamin Netanyahu.
Che il Jewish Chronichle, giornale di riferimento per la comunità ebraica britannica, fosse una determinante fonte di divulgazione del pensiero sionista, non è una notizia. È infatti noto che fin dalla fine del XIX secolo, col contributo del padre del movimento sionista, Theodor Herzl, il giornale abbia abbracciato quel tipo di retorica, accentuata ulteriormente negli ultimi anni di gestione di Jake Wallis Simons e spinta sempre più a destra.
Più sconvolgente, forse, il fatto che per diffondere queste idee si faccia uso indiscriminato di storie e articoli completamente falsi.
La questione riguarda una serie di articoli del giornalista Elon Perry smentiti sia da esercito che da intelligence israeliani. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, e che ha squarciato il velo di maya delle falsità perpetuate dal giornale, è stato il pezzo del 5 settembre – ripreso da alcuni media israeliani e ripostato da un figlio del premier Benyamin Netanyahu – secondo cui Yahya Sinwar, leader di Hamas, avrebbe pianificato di usare il cosiddetto Corridoio Filadelfia, il corridoio di 14 chilometri tra Gaza e l’Egitto, per fuggire in Iran portando con sé ostaggi che userebbe come scudi umani. Piano attribuito a un documento ritrovato dall’intelligence, di cui in realtà lo stesso esercito israeliano non ha poi confermato l’esistenza.
Gli articoli di Elon Perry sono stati recentemente cancellati dal giornale, poiché reputati poco attendibili rispetto agli standard giornalistici richiesti. Un dietrofont del Jewish Chronicle, a cui sono seguite le scuse del giornale, che non ha però convinto granché né pubblico né gli stessi collaboratori del giornale. Si sono infatti dimessi, a seguito dello scandalo, quattro editorialisti: David Baddiel, David Aaronovitch, Hadley Freeman e soprattutto Jonathan Freedland, che nella sua lettera di dimissioni scrive «L’ultimo scandalo ha gettato grande disonore sul giornale, pubblicando storie inventate e mostrando solo una sottilissima forma di pentimento, ma è solo l’ultimo caso» e definisce il Jewish Chronicle «uno strumento ideologico e di parte, i suoi giudizi più politici che giornalistici».
La fattispecie che riguarda l’articolo che ha scatenato la bufera sul Jewish Chronicle dimostra il retropensiero che c’è alla base della campagna di fake news attuata dal giornale.
Il corridoio Filadelfia è considerato da tanti analisti, ministri ed ex generali un pezzo di terra inutile ed irrilevante in relazione al conflitto medio-orientale. Eppure, da giugno, dopo il piano di pace redatto dal presidente degli Stati Uniti Biden, è diventato un importantissimo punto strategico, solo per Benjamin Netanyahu.
È opinione di molte delle personalità elencate prima che il primo ministro stia usando il Filadelfia per allontanare la prospettiva di un accordo. Netanyahu lo ha posto come precondizione per il raggiungimento di un cessate il fuoco, pur non avendolo mai nominato prima di giugno. A chiarire la questione ci pensa lo stesso ministro della Difesa e membro del gabinetto di guerra Yoav Gallant, che ha dichiarato: «non è vero che per la nostra sicurezza è fondamentale mantenere l’occupazione del Corridoio Filadelfia, se dovesse servire potremmo riprenderne il controllo in otto ore al massimo»
Degli articoli completamente inventati che creerebbero dal nulla un’importanza strategica che in realtà non esiste per il Corridoio Filadelfia possono dunque essere una coincidenza. O possono essere uno strumento di manipolazione dell’opinione pubblica da parte dell’ultradestra sionista. Una manipolazione che, come scrive Ben Reiff sulla testata +972, «rappresenterebbe un nuovo livello nei suoi tentativi di sviare il pubblico», e che è irrispettosa nei confronti sia del popolo palestinese quanto per le famiglie degli ostaggi israeliani.
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