
L’Italia si trova ancora una volta di fronte a un sistema fiscale che sembra più un gioco a premi che un serio tentativo di equità. Il sistema fiscale del governo Meloni, con l’ultima legge delega, allarga il divario tra chi paga tutto (i dipendenti) e chi, invece, sembra poter decidere quanto versare.
Partiamo dai fatti: il sistema fiscale del governo Meloni ha ormai svuotato di significato la progressività dell’Irpef. A fronte di un 85% del gettito Irpef che proviene da redditi da lavoro dipendente e pensioni, ci troviamo di fronte a un vuoto cosmico di contribuzioni provenienti da lavoratori autonomi e imprese. La relazione del 2023 sull’economia sommersa ci regala cifre inquietanti: mentre i dipendenti riescono a evadere solo un magrissimo 2,4%, il mondo degli autonomi e delle imprese fa la parte del leone con un evasione che sfiora il 70%.
E come se non bastasse, arriva il “concordato preventivo biennale“, il fiore all’occhiello del sistema fiscale del governo Meloni. Questo meccanismo, che potremmo definire come la ciliegina sulla torta dell’ingiustizia, permette ai percettori di redditi autonomi di concordare con il fisco quanto pagare, indipendentemente dai reali guadagni. Pagare tasse in base a un “reddito concordato”? Un sogno per alcuni, una follia per altri. Se un dipendente potesse negoziare il suo prelievo Irpef in base all’umore del mese, forse avremmo un sistema più equo, ma purtroppo il sistema fiscale riserva questo privilegio solo a pochi fortunati.
Non dimentichiamo poi l’incentivo: se il reddito “concordato” supera quello dell’anno precedente, l’aliquota applicata sarà addirittura inferiore a quella Irpef, variando tra il 10% e il 15%. D’altronde, nel sistema fiscale del governo Meloni, evadere o concordare non fa più differenza, anzi, viene persino premiato. Mentre alcuni si arrampicano per pagare le loro imposte, altri si godono la vista dall’alto, con sconti e facilitazioni da sogno. E se tutto questo sembra paradossale, è proprio perché lo è.
L’articolo 53 della Costituzione italiana recita, con un certo candore, che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”. Ma nel sistema fiscale del governo Meloni, questo nobile principio è ormai relegato alla sezione “storia” dei libri di diritto. In pratica, oggi il vero mantra è: “Pagano solo quelli che non possono scappare”.
I dipendenti e i pensionati fanno la loro parte, mentre autonomi e imprenditori possono concordare, scontare, e perfino evadere con un certo stile. Ma c’è giustizia? È solo che, nel sistema fiscale attuale, giustizia fiscale e capacità contributiva si adeguano alla convenienza del momento. L’articolo 53? È diventato una poesia romantica da leggere a tarda sera, mentre si compila una dichiarazione dei redditi “creativa”.
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