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Il sogno di Ammar: dal conflitto siriano alla sartoria napoletana

Domenico Barbato
Domenico BarbatoRedazione Informare
11 aprile 202510 min di lettura

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Il sogno di Ammar: dal conflitto siriano alla sartoria napoletana

Indice (2)

  • 1Tommaso D’Alterio (Fondazione Isaia): «La storia di Ammar sia da esempio» 
  • 2IL PUNTO DI VISTA DI GLAUCO IERMANO DELLA DEDALUS

Quella che stiamo per raccontarvi è la storia di un sogno. La storia di un bambino siriano che, dalla città di Aleppo e con la passione per la sartoria, sarà costretto a causa del conflitto a spostarsi in Turchia e, poiché vittima di discriminazione, ad allontanarsi da lì e dalla propria famiglia, per arrivare in Italia, a piedi, fino a Napoli. Ed è proprio lì che Isaia, azienda internazionale espressione della sartoria napoletana, deciderà di premiare quel giovane ma esperto sarto, assumendolo, e dandogli la pace che fino a quel momento non gli era mai stata concessa. Abbiamo parlato con lui del suo lungo tragitto fino all’Europa, ascoltando anche la testimonianza di Tommaso D’Alterio, Direttore della Fondazione Isaia, che ha contribuito ad una storia che ci dona speranza. Questa è la storia del sogno di Ammar. 

Ammar, qual è la tua storia, dove sei nato e come sei arrivato fin qui? 

«Ho 18 anni, sono nato in Siria, ad Aleppo. Avevo 8 anni quando nel 2016, insieme alla mia famiglia, sono scappato dal paese per trovare rifugio in Turchia. Era appena iniziata la guerra e la Siria era diventata pericolosa. Sono rimasto lì per 8 anni e, appena arrivato, ho dovuto lasciare lo studio per lavorare, è lì che ho imparato il mestiere. Ma le condizioni in cui i migranti in Turchia erano costretti a vivere mi hanno portato ad abbandonare anche quello che ormai era diventato il mio secondo paese. Ho avuto molti problemi in Turchia, primo fra tutti il razzismo». 

Perché? Cosa si diceva sui migranti siriani? 

«Sostenevano rubassimo il loro lavoro, i loro soldi e che lo stato pagasse per i migranti, impoverendo il popolo turco. Nonostante io avessi imparato la lingua, non appena le persone scoprivano le mie origini, il loro atteggiamento cambiava. Perché sei migrante, quello è il problema. Quando ho deciso di andarmene non avevo passaporto né nulla, ho deciso di uscire dalla Turchia a piedi, senza la mia famiglia questa volta, ma con un gruppo di amici; ci abbiamo messo 4 mesi». 

Quali sono le difficoltà principali che hai riscontrato nel lungo cammino per arrivare in Europa? 

«Se entri in un paese senza documenti avrai sicuramente problemi, e in Serbia ne abbiamo avuti molti. In Bulgaria invece dopo 8 giorni è finito il cibo e non pensavo sarei riuscito ad arrivare vivo a destinazione, non posso dimenticarlo. Ma non avevo altra scelta, sono arrivato qui dopo tutte queste difficoltà». 

Quando parli di “problemi” in Serbia, cosa intendi? Hanno praticato violenza nei vostri confronti? 

«Sì. Anche perché quando arrivi in Serbia e non hai i documenti, la polizia prende i tuoi soldi e il tuo cellulare, ti isola dagli altri compagni di viaggio, e può fare ciò che vuole. Ma la cosa peggiore è stata l’indifferenza delle persone a cui chiedevamo aiuto, lì nessuno ti da una mano. È stato molto difficile, ogni volta che lo ricordo mi fa male». 

Poi arrivi in Italia, e lì la tua vita cambia. In che modo e perché arrivi qui? 

«Molti miei amici hanno deciso di restare in Germania o in Olanda, ma io ho deciso di arrivare in Italia e rimanerci. Conoscevo già l’Italia, la sua bellezza, il suo stile; e a me piace la moda, io sono sarto. Sono venuto qui per continuare a studiare e lavorare. Ho trovato meno razzismo rispetto alla Turchia. Partendo da Vienna, e passando per Bolzano mi sono spostato fino a Napoli, ma non è stato facile, non avevo i documenti e non conoscevo ancora la lingua, l’inglese non bastava». 

Arrivato a Napoli che cosa è successo?

Qui interviene Glauco Iermano, rappresentante della Cooperativa Dedalus (realtà storica che opera nel centro storico di Napoli da circa 30 anni): «Ammar è stato preso in carico totalmente dall’area minori stranieri non accompagnati dalla Dedalus che lavora con circa 12 operatori tra psicologi mediatori culturali insegnanti. Nel caso specifico, Ammar è stato accolto in una struttura e un gruppo appartamento della Dedalus, dove appunto si provvede a lui in maniera completa. Inoltre c’è stato anche tutto il percorso di orientamento giuridico legale perché, essendo siriano, ha diritto alla protezione internazionale. Questa gli è stata riconosciuta e col nostro supporto ha ottenuto lo status di rifugiato ed ha ripreso il suo percorso educativo conseguendo la licenza media inferiore, oltre che anche gli attestati di lingua. Poi ha partecipato anche all’attività realizzate sul territorio, in primis le visite nel centro storico di Napoli, per le quali ha sempre mostrato grande interesse. In particolare, dopo la visita presso il Conservatorio di San Pietro a Maiella, ha voluto acquistare una chitarra perché voleva imparare a suonare. Infine ha fatto anche testimonianza della sua esperienza presso le scuole del territorio come ad Ercolano con il Tiger. In sintesi si è mostrato un ragazzo pieno di risorse, intelligenze e sensibilità, che meritava di affrancarsi definitivamente attraverso l’inserimento lavorativo».

Cosa ha rappresentato l’incontro con Isaia? 

«Ho avuto difficoltà, ma col tempo ho imparato la lingua che mi ha permesso di spiegarmi, di parlare, ho preso la terza media e ho conosciuto Isaia, ho visto come lavorano in azienda. L’assunzione fu un momento bellissimo per me, da lì ho iniziato una nuova vita. Non ci credo nemmeno io di essere arrivato fin qui; a volte credo di essere fortunato, talvolta penso sia stato destino. Faccio fatica a crederci, ma sono felice di lavorare con Isaia, hanno esperienza. Ho lavorato con altre aziende in Turchia ma Isaia è un altro mondo».  

Che cos’è per te la sartoria? 

«È la mia vita, ho lasciato la scuola e sono andato a lavorare quando avevo 8 anni come sarto. Per me la sartoria è stata ed è tuttora la mia casa». 

Senti spesso tua madre? 

«Sì. ora lei è in Turchia con il mio fratellino. Mia madre è tutta la mia vita: è mia zia, mio zio, mio nonno, mio padre; lei mi ha aiutato ad arrivare a questo punto, e io senza di lei non sono niente. Ha fatto tutto il possibile per farmi arrivare qui. Non potrei mai dimenticarmi di lei, è la persona più importante della mia vita. Lei è molto felice per me, si fida e sa molto bene che quando sono uscito dalla Turchia, il mio obiettivo fosse quello di dare un futuro a me e loro, di dare una mano alla famiglia, così come quando da bambino sono andato a lavorare». 

Cosa pensi delle immagini che arrivano attualmente dalla Siria? Tu ti sei mosso dal 2016, al potere c’era ancora Bashar al-Assad. Ora c’è però una situazione diversa. Come hai vissuto questi momenti dall’Italia, osservando da lontano? 

«Quando se n’è andato Assad ero molto contento, a causa del suo regime ho perso mio padre nel 2020 e mio fratello nel 2013 in questa terra, erano semplici civili. Assad e i suoi hanno derubato il paese, l’hanno distrutto. Sono molto fiducioso nel futuro della Siria. Abbiamo quasi 15 milioni di migranti siriani in tutto il mondo. Il loro ritorno significherebbe il ritorno di professionisti, giovani che hanno studiato, gioverebbe molto alla Siria». 

Nonostante tutto, sembra che si dia poca rilevanza alla Siria sul piano internazionale. Vorresti fare un appello a riguardo?  

«La Siria è in una situazione difficile, ed ha bisogno di aiuto. Dopo 14 anni siamo usciti dalla guerra e chiedo al mondo e ai governi di darci una mano. I problemi non sono finiti, ed ora anche Israele sta spargendo sangue in Siria. Sembra che quasi non si voglia che i siriani rialzino la testa e che la Siria ritorni ad essere quella di prima». 

Se dovessi pensare a tutto ciò che hai passato nella tua vita, quale pensi sia l’insegnamento che ti porti dietro? Il più importante per te. 

«Il più importante? Il valore della famiglia. Ma ciò che ho affrontato mi ha insegnato anche tante altre cose, a conoscere la gente, a conoscere la vita stessa, e la vita non è facile». 

Ammar è solo uno delle centinaia di migliaia di giovani migranti che da tutto il mondo, e specialmente da zone di conflitto, scappano ogni giorno alla ricerca di una speranza, di una vita dignitosa, abbandonando affetti, casa, genitori. Ed è anche uno dei pochi ragazzi che è riuscito ad arrivare a destinazione, pur correndo enormi rischi, ma lottando in ogni modo per sopravvivere, per ottenere ciò che gli spettava di diritto: un’esistenza lontana da conflitti e distruzione.  

Tommaso D’Alterio (Fondazione Isaia): «La storia di Ammar sia da esempio» 

Immagine articolo

Come più volte ha ribadito lo stesso Ammar, la sua rinascita in Italia è partita dall’incontro con Isaia, la sartoria che ha deciso di assumerlo per assicurargli un futuro; per questo motivo abbiamo raccolto la testimonianza di Tommaso D’Alterio, Direttore Generale della Fondazione Enrico Isaia e Maria Pepillo, che si è occupato in prima persona, insieme alla cooperativa Dedalus, del percorso di Ammar. 

Come è iniziato questo viaggio? 

«Abbiamo conosciuto Ammar grazie a un rapporto che si è creato nel tempo con la cooperativa Dedalus, che ci aveva parlato molto bene di questo ragazzo che nel proprio paese aveva già lavorato nel settore delle camicerie. È arrivato qui come minore non accompagnato, come tale andava protetto e tutelato». 

In che momento e in che modo è stata presa la decisione di agire nei confronti di Ammar? 

«Conoscendo lui, ma anche la qualità dei progetti di Dedalus, mi sono attivato per favorire un incontro in azienda. Al momento del colloquio, Ammar ha mostrato di avere incredibili conoscenze sartoriali e per questo il direttore di produzione di Isaia l’ha assunto: “Sei dei nostri”, gli disse subito». 

Cosa vi ha lasciato la storia di Ammar, e cosa ha da insegnare alle realtà del nostro territorio? 

«Probabilmente il messaggio più importante che questa storia ci trasmette è l’importanza, l’efficacia, che fare rete può avere nei confronti di chi ne ha più bisogno. Mettendo a contatto due diverse realtà, ascoltando i bisogni del territorio, abbiamo risolto un problema enorme per un ragazzo di valore come Ammar. Vede, il territorio è come un tessuto, che a volte si strappa. E un piccolo strappo può essere cucito semplicemente con pochi punti, ma se lo lasciamo andare questo strappo diventa più grande, si allarga e diventa difficile da rattoppare». 

IL PUNTO DI VISTA DI GLAUCO IERMANO DELLA DEDALUS

La stima della Dedalus per il gruppo Isaia non nasce oggi, perché la conoscenza già esisteva in termini di fama e di nome. Poi circa tre anni fa abbiamo incrociato la Fondazione ed è iniziato un dialogo con le varie anime della nostra realtà come Ciak Si Cuce (la sartoria sociale guidata da Mariola Grodzka) e ora il lavoro fatto con Ammar sta consolidando il nostro rapporto e confidiamo che ci possano essere ulteriori sviluppi in futuro. Più in generale questa storia virtuosa è un esempio della nostra missione cioè dare possibilità e opportunità di inclusione e inserimento degli stranieri presenti sul territorio che sono una risorsa infinita e come tali dovrebbero essere valorizzati e non discriminati. Infatti dal nostro punto di vista le politiche pubbliche dovrebbero andare in direzione opposta rispetto a quella attuale per poter beneficiare
appunto dell’apporto e della vitalità degli stranieri che potrebbero dare un contributo ancora maggiore di quello che già offrono essendo ormai 5 milioni, pari a circa il 10% della popolazione totale, quindi aiutando il nostro paese a invecchiare di meno oltre a sostenere la nostra previdenza con i loro contributi.

Tags
  • #Ammar
  • #Fondazione Isaia
  • #Isaia
  • #sartoria napoletana
Domenico Barbato
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