
A Porta Capuana a Napoli la Fondazione Made in Cloister da anni lavora con artisti di fama internazionale per l’attuazione di un piano di rigenerazione urbana in dialogo costante fra arte, territorio, abitanti e natura. In occasione del decennale della propria attività, la Fondazione ha lanciato il programma “Rinascita”, di durata biennale, incentrato sul concetto dell’esistere, rigenerarsi e del rinascere. Un concetto da affrontare in maniera sempre più urgente nell’epoca di profonde crisi che ci ritroviamo a vivere. Prima mostra della rassegna, visitabile fino al 31 maggio, “Il Sol dell’Avvenir” pone i visitatori di fronte alla consapevolezza di precario equilibrio a metà fra creazione e distruzione, speranza e catastrofe, sentimenti tipici di tutte le forze complesse e divisive che plasmano il mondo.
Fondamentale è stata l’instaurazione di un dialogo costante fra le opere e il complesso monumentale che le ospita, emblema esso stesso di una costante interazione fra territorio, abitanti e momento storico.
Fondato nel Cinquecento come convento, il complesso viene trasformato dai Borbone in un lanificio con funzione sociale, di recupero e inclusione degli abitanti delle zone circostanti o di ex carcerati. In seguito all’unità d’Italia venne parzialmente abbandonato fino alle prime attività di recupero avviate dalla Fondazione Made in Cloister dal 2012, con progetti di natura espositiva mirati al coinvolgimento di vari tipi di comunità provenienti da tutto il mondo in costante dialogo con la comunità locale. Comunità, di fatto, fortemente influenzata dai cambiamenti sociali, climatici, civili, mondiali sempre più evidenti nel nostro presente, ai quali l’arte stessa sente il bisogno di rispondere e reagire per trovare nuove opportunità. Proprio questo tenta di fare la prima delle mostre ideate nell’ambito del programma “Rinascita”. Forte di un titolo tratto da una canzone partigiana, “Il Sol dell’Avvenir” evoca un sentimento di rigenerazione, ripartenza ed esistenza che ogni alba sembra promettere, scaldando con i propri raggi l’inizio di un nuovo giorno potenzialmente pieno di speranza. Sentimento certamente più fragile e labile in un’epoca come la nostra, nella quale le visioni utopiche sembrano gradualmente scemare e fallire, ma che comunque non perde la sua aura positiva, pur oscurata in qualche modo dall’ambivalenza di un elemento – il Sole – sinonimo di rinascita e distruzione, crescita e devastazione.
L’intero percorso espositivo si fonda sull’inscindibile dicotomia fra rinascita e morte. La natura, l’intervento dell’uomo, il dialogo dello stesso con gli spazi circostanti nella costante ricerca della propria essenza e della propria interiorità si mescolano alle pareti del complesso e rimbombano fra le sue mura, risolvendosi nell’assordante silenzio del Progetto della Campana di Hiwa K, emblema della rinascita come rigenerazione dei resti delle armi di guerra che, create dalla fusione delle campane, ritornano ad esserlo, pur restando incompiute perché silenziose. Una quasi utopia insomma, che dialoga su piani diversi con l’utopia simbolica della bandiera di Rena Spaulings – emblema del tentativo di recuperare un’identità tuttavia mutevole, talvolta dispersa a causa della perdita delle utopie collettive del passato, che spinge Anastasia Ryabova a domandare, con la sua opera volutamente priva di qualsiasi riferimento identitario “Dov’è la tua bandiera, amico?”.
Un’identità – quella dell’uomo – labile, precaria, costantemente soggetta a distruzione e rinascita, come la materia che lo circonda: materia che muta, si trasforma e si modifica come simboleggiato da “Multiverso” di Renato Leotta, che con la sua fragilissima tela blu parzialmente immersa nell’acqua di mare e lasciata essiccare al sole permette di riflettere sulle trasformazioni dei processi naturali, che lasciano la loro delicatissima impronta sulla lastra di ottone che compone l’opera “Ore tinte (stagione fertile)”, in un costante dialogo fra morte e rinascita, precarietà e permanenza. In ascolto di una natura e di una società in costante crescita, rinascita e rigenerazione, mossa dalla costante dicotomia di un’avvenire fra continuità e rottura.
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