
Sono passati esattamente 80 anni dalla fondazione della Repubblica Italiana. Il 2 e il 3 giugno 1946 milioni di italiani, a suffragio universale, furono chiamati ad esprimere il proprio voto, per scegliere come e da chi avrebbero voluto essere governati dopo il fascismo. Un giorno, anzi due, di 80 anni fa gli italiani preferirono la Repubblica alla Monarchia dando vita a un’Istituzione che seppur con alcuni acciacchi, continua a camminare tutt’ora. È indubbiamente una bella storia, di cui come italiani dobbiamo andare fieri. Ma come meridionali invece?
Alcuni sapranno che al termine dei due giorni di referendum, il primo in cui anche le donne poterono votare, la Repubblica risultò vincitrice solo nelle regioni del centro e del nord Italia, mentre il Sud votò più o meno compattamente per la Monarchia, tanto che lo scarto di voti fra le due alternative fu relativamente basso: circa 10 milioni per la Monarchia, 12 per la Repubblica.
Il Sud, ancora protagonista della questione meridionale, nel ‘46 risultava essere ancora legato alla tradizione conservatrice e monarchica dovuta al dominio dei Borbone nell’800.

Inoltre le 4 giornate di Napoli, simboliche per tutto il Meridione, non furono ad appannaggio dei partiti politici, ma di una popolazione stanca che era riuscita ad armarsi poco prima della venuta degli americani senza una precisa organizzazione strutturale. La mancanza di un fatto politico e di un vertice di organizzazione che avesse una matrice ideologica, ma soprattutto la presenza del quartier generale di Badoglio e dei Savoia presso l’Italia Meridionale, non permise di sviluppare affezione verso l’idea della Repubblica, al contrario mantenendo la popolazione legata all’istituzione monarchica in quanto simbolo, al di là delle valutazioni politiche e storiche.
Ma il risultato del Referendum non fu solo frutto di un grande lavoro della Resistenza in nord Italia e dell’espressione popolare, fu anche frutto di una manovra politica e psicologica ben precisa. Non sosterremo le argomentazioni di chi ritiene che il Referendum sia stato truccato, ma prenderemo d’esempio uno (ve ne sarebbero molti di più) fra i fatti fondamentali che influenzarono il risultato.
Nel 1946 infatti, non si tenne solo il Referendum istituzionale, ma anche le elezioni amministrative in tutti i comuni italiani. Per far sì che i sostenitori della Repubblica arrivassero al giorno del voto con la consapevolezza netta di poter vincere, il ministro Romita, vista la necessità di suddividere le elezioni in due tornate, decise che il Nord avrebbe votato in primavera, mentre il Sud in autunno, dopo il Referendum. Il Settentrione, fortemente repubblicano, elesse la quasi totalità di esponenti di quel fronte alle elezioni amministrative. La volontà fu quella di evitare che la vittoria dei sostenitori della monarchia durante la prima tornata potesse causare uno smacco al Paese in vista del 2 giugno.
“Fu questo il cardine della mia politica per portare in Italia la Repubblica. […]. Nell’orientarmi, quindi, per la scelta dei comuni dove si doveva votare nella prima tornata, verso quelli a prevedibile maggioranza repubblicana, ho la coscienza di non aver commesso alcuna scorrettezza, di aver svolto soltanto quel minimo di politica di parte, che ad ogni ministro deve essere consentita” scrisse Romita.
I fatti storici non dovrebbero mai essere giudicati a posteriori, e certamente l’obiettivo del fronte repubblicano di cacciare a tutti i costi i Savoia dall’Italia proveniva da una storia nobile, ma le dinamiche di cui vi abbiamo raccontato ci dicono molto sul potere che la politica ha, tutt’ora, nei confronti dei cittadini e sul fatto che le decisioni da essa prese possano mutare più o meno artificiosamente una scelta poi declinata unicamente come “popolare”. Nel ‘46 è andata bene, la politica ha voluto, tramite rappresentanti di alto livello, istruiti e coscienti delle necessità della Nazione, indirizzare lo Stato verso una direzione di cui non possiamo essere che felici, ma adesso?
La classe politica attuale avrebbe ancora la forza di assumersi coscientemente la responsabilità di fare la scelta giusta “al posto nostro”, senza ricadere in banali populismi ai fini del consenso? Questa è la domanda con cui vogliamo lasciarvi.
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