
Il primo caso di suicidio assistito in Italia sta facendo molto clamore. Ricordiamo che per suicidio assistito si intende la possibilità di auto-somministrarsi una dose letale a determinate condizioni. “Anna” (nome di fantasia a tutela della privacy, ndr), una donna di 55 anni affetta da sclerosi multipla secondariamente progressiva, è morta lo scorso 28 novembre a Trieste. Nonostante l’ampio dibattito pubblico, il suicidio assistito rimane una sentenza (arrivata dopo anni di iniziative, appelli e infinite disobbedienze civili nel 2019), manca ancora in Italia una vera e propria legge. L’eutanasia in questo contesto rimane invece ancora illegale.
La sentenza però stabilisce quando il suicidio non è punibile. Come nel caso della donna è necessario:
Molti sono gli italiani che, visti i limiti imposti, sono costretti a rinunciare a questo faticoso percorso. Scegliendo la sospensione delle terapie e una lenta morte sotto sedazione profonda. È la terza persona, seguita dall’Associazione Luca Coscioni, ad accedere alla morte volontaria assistita in Italia, la quinta ad aver avuto il via libera. La prima in Friuli Venezia Giulia.
Per la prima volta, inoltre, in Italia una persona ha avuto accesso all’aiuto alla morte volontaria interamente nell’ambito del Servizio sanitario pubblico a seguito dell’ordine di un Giudice. Anna per ottenere il rispetto della sua volontà e l’applicazione della sentenza ha dovuto rivolgersi alla giustizia civile e penale. Con grande fatica ha voluto personalmente depositare dai Carabinieri l’esposto contro ASUGI (azienda sanitaria universitaria giuliano isontina) e partecipare sempre in persona alla prima udienza civile in Tribunale a Trieste. L’udienza ha poi emesso una ordinanza di condanna di ASUGI di applicare la sentenza della Consulta.
L’azienda sanitaria ha dato così applicazione alla decisione del Giudice del Tribunale di Trieste e, sussistendo tutte le condizioni indicate dalla Corte Costituzionale con sentenza 242/19, si è fatta carico dell’intero percorso. Ha dunque messo a disposizione il farmaco, la strumentazione e il personale sanitario su base volontaria.
Il suicidio assistito è avvenuto sotto la supervisione di un medico individuato dall’azienda sanitaria. Su base volontaria, ha assistito Anna senza intervenire direttamente nella somministrazione del farmaco, azione che è rimasta «di esclusiva spettanza» della paziente.
Le ultime parole di Anna sono state queste:
“Anna” è il nome che avevo scelto e, per il rispetto della privacy della mia famiglia, resterò “Anna”. Ho amato con tutta me stessa la vita, i miei cari e con la stessa intensità ho resistito in un corpo non più mio. Ho però deciso di porre fine alle sofferenze che provo perché oramai sono davvero intollerabili. Voglio ringraziare chi mi ha aiutata a fare rispettare la mia volontà, la mia famiglia che mi è stata vicina fino all’ultimo. Io oggi sono libera, sarebbe stata una vera tortura non avere la libertà di poter scegliere.
Oggi in Italia chi vuole ricorrere al suicidio assistito deve contattare la propria ASL di riferimento e inviare una richiesta di verifica delle proprie condizioni, come previsto dalla sentenza della Corte Costituzionale. Il primo problema affrontato da chi finora ha fatto richiesta di suicidio assistito si è verificato già in questa primissima fase. In almeno tre casi, l’ASL locale ha respinto la richiesta senza nemmeno verificare le condizioni del malato. Successivamente l’ASL deve verificare la presenza dei quattro requisiti elencati sopra. Concretamente la verifica delle condizioni del malato consiste in una serie di colloqui, di visite, esami e accertamenti fatti da una commissione multidisciplinare, e a carico del servizio sanitario nazionale.
Tra i requisiti richiesti si evidenzia il dover essere dipendenti da macchine che garantiscano il sostegno vitale del malato. Punto sul quale nascono innumerevoli critiche. Esistono gravi malattie per cui il fine vita è già sancito con o senza l’uso di macchinari.
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