
Esistono tante buone ragioni per riformare l’università italiana. Per esempio, per istituire percorsi di carriera chiari nei passaggi, nei doveri e nelle ricompense, rovesciando la situazione attuale. Capita infatti che ricercatori o figure precarie abbiano maggiori carichi didattici degli ordinari, essendo pagati molto meno e bruciando così il tempo necessario per ricerca e pubblicazioni.
Si potrebbero fornire agli studenti spazi e relazioni didattiche di qualità, in cambio di una loro maggiore assunzione di responsabilità nei percorsi di studio, riducendo, se non eliminando del tutto, la possibilità di rimanere parcheggiati per un tempo indefinito. L’elenco è assai lungo.
Negli ultimi anni, a causa dei tagli, i docenti universitari sono diminuiti in modo drastico. Nonostante ciò, il governo Meloni ha deciso di tagliare i fondi all’università. O meglio, questo è quanto si evince leggendo la bozza del decreto con cui il ministero dell’Università e della Ricerca stabilisce come dovrà essere ripartito il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) per il 2024.
E così, i fondi per gli atenei rischiano di diminuire di oltre 500 milioni di euro. Una doccia fredda, gelida. Il fondo rappresenta la maggior fonte di sovvenzioni per gli atenei statali e serve per coprire le spese istituzionali, tra cui i costi del personale e di funzionamento.
Un taglio nominale di 173 milioni di euro che, sommato al finanziamento dei piani straordinari e della dinamica salariale, significa più di mezzo miliardo in meno a disposizione delle università. Gli studenti si mostrano estremamente preoccupati per il futuro dell’università pubblica e, soprattutto, per la tutela del diritto allo studio. I rettori universitari chiedono una revisione del decreto ministeriale, raccomandando per il futuro «di voler informare le università e la Crui stessa dei criteri di ripartizione del Fffo prima dell’anno di riferimento e non dopo, affinché tutti gli sforzi fatti nella direzione di adattare le politiche degli atenei ai criteri di ripartizione dei finanziamenti non vengano vanificati».
Per la ministra Anna Maria Bernini, invece, si tratta di cifre allarmistiche che la Conferenza dei rettori ha scelto di divulgare, visto che le università statali hanno ricevuto anche altre risorse, come un finanziamento extra di quasi 6 miliardi di euro grazie al Pnrr. Ma il Cun rimarca che «la mancata assegnazione di risorse aggiuntive, proprio in corrispondenza della tranche più significativa, rischia di rendere vano, di fatto, l’intero piano straordinario».
Le criticità evidenziate dalla Cun non sono poche. Per esempio, viene stigmatizzata «la crescente destinazione delle risorse verso meccanismi di natura premiale, in assenza di risorse aggiuntive, così non si tiene in conto del fatto che una parte consistente dei costi di funzionamento degli atenei sono incomprimibili e che solo in parte possono essere coperti da risorse derivanti da criteri selettivi». Inoltre, per le università pubbliche si aggiunge anche la concorrenza sleale delle università telematiche.
Gli atenei classici sono obbligati a un numero preciso di professori ogni tot studenti e hanno costi di struttura e organizzazione per mantenere il rapporto con i ragazzi. Le università telematiche, invece, hanno da sempre avuto un’esenzione a questi obblighi. Va detto che i governi che si sono succeduti in questi anni hanno emesso norme che obbligavano le università telematiche ad allinearsi agli standard di tutti gli atenei. Ma non se n’è fatto mai niente perché sono state emesse numerose deroghe. E, allora, perché mettere in subbuglio il mondo universitario?
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